La fuga delle giovani donne italiane: una ricerca di parità oltreconfine
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Redazione Interno
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Un flusso silenzioso, ma inesorabile, ha caratterizzato l'ultimo decennio: quello delle giovani italiane che varcano i confini nazionali. La loro partecipazione a quella che è ormai una nuova, massiccia ondata migratoria non è più marginale, bensì sostanzialmente paritaria, segnando un distacco netto dai modelli del passato. Se nel 2011, all’inizio di questo esodo, la quota femminile sul totale dei giovani emigrati si attestava al 43,6%, i dati più recenti del 2024 rivelano un incremento fino al 48,1%, con punte che sfiorano o superano la metà nelle regioni settentrionali. Una tendenza, questa, che si è consolidata nel tempo e che disegna una geografia variegata: mentre al Nord-ovest e Nord-est le donne rappresentano rispettivamente il 49,3% e il 50,5% degli espatriati under 35, la percentuale scende al 44,9% per coloro che partono dal Mezzogiorno, indicando forse un differente grado di emancipazione o di opportunità percepite tra le diverse aree del Paese.
I numeri di un'esperienza generazionale
Il quadro complessivo, tratteggiato da un rapporto del Cnel, è di quelli che impongono una riflessione approfondita: tra il 2011 e il 2024 hanno lasciato l’Italia ben 630mila giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni. Di questi, una percentuale significativa, il 49%, proviene dalle regioni del Nord, mentre il 35% ha origine nel Mezzogiorno. Il saldo netto, calcolato al netto dei rientri, è negativo per 441mila unità, un dato che di per sé racconta la direzione univoca del fenomeno. Nel solo 2024, gli under 35 che hanno scelto di trasferirsi all’estero sono stati 78mila. In prospettiva, il contingente di giovani emigrati nell’arco di quattordici anni corrisponde a circa il 7% dell’intera popolazione giovanile residente in Italia oggi, una cifra che sottolinea la portata strutturale, e non congiunturale, di questa diaspora.
Il costo del capitale umano perduto
A partire non sono soltanto numeri anonimi, bensì competenze, talenti e investimenti formativi. La fuga dei laureati, in particolare, costituisce una ferita aperta per il sistema-Paese, come sottolineato da chi studia da vicino queste dinamiche. Luciano Monti, professore e co-direttore scientifico della "Rivista di Politiche Sociali", mette in guardia dalle conseguenze di questo drenaggio, stimando una perdita annua per l’Italia di circa 16 miliardi di euro in termini di capitale umano esportato. Le cause di fondo sono note e persistono tenacemente: stipendi bassi, se confrontati con quelli medi offerti da altre economie europee, e una cronica carenza di risorse pubbliche destinate ai settori chiave per le nuove generazioni. L’Italia, non a caso, si colloca stabilmente all’ultimo posto in Europa per quanto riguarda la quota di spesa pubblica dedicata specificamente ai giovani, un primato negativo che riguarda in particolare gli ambiti dell’istruzione e della formazione professionale.
Uno sguardo al futuro tra criticità e strumenti
In questo scenario desolante, alcuni intravedono uno spiraglio in strumenti di policy innovativi, come la Valutazione di Impatto Generazionale (VIG). Adottata per la prima volta a livello comunale a Piacenza, seguendo le linee guida dell’Anci, la VIG ha l’obiettivo dichiarato di valutare l’effetto delle politiche pubbliche sul benessere delle generazioni future, cercando di invertire una visione miope. Tuttavia, la strada per rendere il Paese più attrattivo appare ancora lunga e irta di ostacoli. L’Italia rimane, infatti, tra i paesi meno attraenti d’Europa per i giovani, un dato di fatto che alimenta il circolo vizioso dell’emigrazione. Le donne, in questo contesto, sembrano aver compreso che l’attesa di una parità sostanziale, che vada oltre le dichiarazioni di principio e si traduca in concrete opportunità professionali e di realizzazione personale, può richiedere di guardare altrove, prendendosi con le proprie forze ciò che il sistema d’origine stenta a offrire.




