Volkswagen e Rafael, quando l’auto si fa missili: le trattative per riconvertire gli stabilimenti in fabbriche d’armi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   C’è un filo sottile, e per molti versi inquietante, che lega il destino della crisi dell’automotive europeo alla nuova geografia della guerra. E lo si intravede con chiarezza in quelle trattative, ancora in corso e avvolte da un riserbo funzionale alle delicatezze industriali e politiche del caso, tra la tedesca Volkswagen e l’israeliana Rafael Advanced Defense Systems. Da un lato, il colosso di Wolfsburg, costretto a fare i conti con un’eccesso di capacità produttiva e stabilimenti che rischiano di restare vuoti; dall’altro, una delle aziende simbolo della difesa israeliana, quella che ha messo a punto e continua a gestire il sistema Iron Dome, la cupola d’acciaio divenuta ormai il pilastro della protezione antimissile del Paese. L’idea, al vaglio dei rispettivi vertici, è tanto semplice quanto dirompente: convertire uno stabilimento automobilistico – nello specifico quello di Osnabrück, in Bassa Sassonia, storicamente dedicato alla produzione di cabriolet – in una fabbrica di componenti per sistemi di difesa aerea.

Il cuore dell’intesa, se mai si arriverà alla firma, non è tanto il dettaglio tecnico della commessa, quanto il cambio di paradigma che rappresenta. Perché qui non si parla più di riconversione ecologica o di elettrificazione della gamma, bensì di una mutazione genetica della produzione industriale: si smette di fare auto per iniziare a produrre armi, in questo caso parti di quell’Iron Dome che, a sua volta, è alimentato anche da fondi europei e da una logica di deterrenza sempre più imposta dagli scenari internazionali. La fabbrica tedesca, con i suoi operai specializzati, passerebbe dalla meccanica di precisione delle vetture convertibili alla meccanica di precisione dei lanciatori e dei componenti missilistici. È un’operazione che, a ben vedere, smonta con cinica franchezza una narrazione consolidata: quella che voleva l’industria automobilistica come un settore separato, quasi immunizzato, dalle tensioni geopolitiche e dall’industria bellica.

Il contesto geopolitico e il piano di riarmo europeo

A rendere plausibile – e forse inevitabile – un simile accostamento è il quadro complessivo in cui l’Europa si trova immersa. La guerra in Ucraina non ha solo riportato la violenza su larga scala alle porte dell’Unione, ma ha anche innescato una revisione profonda delle priorità di spesa dei singoli Stati e della stessa Commissione europea. È in questo clima, caratterizzato da un deterioramento continuo del quadro di sicurezza internazionale, che Bruxelles ha dato il via libera al cosiddetto piano di riarmo europeo, un programma ambizioso volto a incrementare le capacità produttive e tecnologiche della difesa del continente. Per le aziende del Vecchio Continente, specie quelle con stabilimenti a rischio di chiusura o con linee di prodotto in esubero, si apre così una possibilità inedita: partecipare alla nuova corsa agli armamenti, attingendo a finanziamenti pubblici che, in tempo di pace e di crisi del settore automotive, sarebbero stati impensabili.

Non è un caso, del resto, che l’operazione Volkswagen-Rafael trovi un parallelo con quanto sta accadendo anche in Francia, dove Renault starebbe valutando percorsi analoghi di riconversione militare per alcuni suoi siti produttivi. È come se, nel silenzio delle sale operative, si stesse delineando un nuovo modello industriale per l’automotive europeo: un modello in cui l’auto diventa accessoria, o addirittura viene abbandonata, per fare spazio ai droni, ai componenti per i sistemi di difesa aerea e, più in generale, a quella filiera della sicurezza che oggi garantisce margini certi e prospettive di lungo termine. L’effetto, per un gigante come Stellantis, potrebbe rivelarsi isolante: mentre concorrenti storici trovano nel settore militare una valvola di sfogo per le proprie eccedenze produttive, chi resta ancorato esclusivamente alla mobilità civile rischia di vedersi stretto tra costi insostenibili e una domanda interna in contrazione.

La riconversione industriale come strategia di sopravvivenza

Lo scenario che si apre, con queste trattative, mette in luce una dinamica che finora era rimasta ai margini del dibattito sindacale e imprenditoriale. La riconversione al militare, un tempo considerata una sorta di tabù in Paesi con una coscienza storica legata al riarmo come la Germania, diventa ora una leva concreta per preservare i posti di lavoro. Nel caso specifico dello stabilimento di Osnabrück – un impianto che già in passato ha dovuto affrontare ripetuti stop alla produzione e periodi di incertezza sul suo futuro – l’accordo con Rafael rappresenterebbe la garanzia di un carico di lavoro stabile, finanziato da commesse pubbliche legate alla difesa. Un’operazione, questa, che trova nel contesto internazionale il suo principale acceleratore: l’aumento delle spese militari in tutta Europa, la necessità di ridurre la dipendenza tecnologica da fornitori extraeuropei e la volontà politica di sostenere una base industriale della difesa interna all’Unione.

E così, mentre l’Europa cerca di dotarsi di una capacità di deterrenza autonoma, l’industria automobilistica – quella stessa che fino a pochi anni fa veniva indicata come il motore della transizione green – si scopre essere un serbatoio di competenze, manodopera specializzata e spazi fisici perfettamente adattabili alle esigenze della produzione bellica. Non si tratta, va detto, di un fenomeno del tutto nuovo: durante i conflitti mondiali, le fabbriche di automobili furono tra le prime a essere riconvertite per la produzione di armamenti. Ma la novità, oggi, sta nella natura strutturale di questa possibile riconversione: non più una misura emergenziale dettata da una guerra totale, ma una strategia industriale di lungo periodo, alimentata da un contesto geopolitico destinato a restare instabile.

L’intreccio tra fondi europei e tecnologia militare israeliana

C’è poi un elemento che rende questa vicenda ancora più complessa, e che riguarda il rapporto diretto tra denaro pubblico europeo e tecnologia militare israeliana. L’Iron Dome, infatti, non è soltanto un sistema difensivo ideato e prodotto da Rafael; è anche uno strumento che, per il suo stesso funzionamento e per il suo costante aggiornamento tecnologico, richiede ingenti risorse. Risorse che, in parte, arrivano anche dai finanziamenti europei, in un intreccio di interessi che lega la sicurezza di Israele alle capacità produttive del Vecchio Continente. La scelta di Volkswagen di sedersi al tavolo con i rappresentanti di Rafael, dunque, non è soltanto una decisione aziendale: ha il peso di un orientamento politico-industriale che allinea Berlino, e con essa una parte consistente dell’industria tedesca, alla logica del riarmo come volano economico.

Nelle pieghe di queste trattative, emerge la fatica con cui l’Europa sta tentando di ridefinire il proprio ruolo globale. Da un lato, c’è la necessità di mantenere una parvenza di autonomia strategica; dall’altro, la consapevolezza che tecnologie cruciali come quelle della difesa missilistica sono saldamente in mano a Paesi terzi, Israele in primis. E così, un colosso automobilistico come Volkswagen si trova a dover mediare tra le proprie esigenze di sopravvivenza industriale, la spinta della politica europea verso il riarmo e la disponibilità di un partner tecnologico israeliano pronto a trasferire know-how e commesse. Quello che ne verrà fuori, se le parti riusciranno a trovare un accordo definitivo, sarà un nuovo modello di produzione: un modello in cui i confini tra industria civile e industria militare, un tempo netti, diventano definitivamente permeabili.

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