L’accordo Italia-Albania sui migranti trema per un giorno: Hoxha frena, Rama smentisce
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Redazione Interno
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Una sola, affannata giornata di fuoco incrociato – fatta di dichiarazioni apparentemente definitive e immediatamente smentite – ha rischiato di mandare all’aria il protocollo italo-albanese sui centri di raccolta per migranti, quel meccanismo voluto da Roma per gestire i respingimenti al di fuori dei confini nazionali. A lanciare il sasso nello stagno è stato il ministro degli Esteri albanese, Ferit Hoxha, il quale, in un’intervista rilasciata a una testata europea, ha espresso più di un dubbio sulla prosecuzione dell’intesa oltre il 2030. Secondo la sua ricostruzione, che sembrava basarsi su una tempistica politica precisa, la proroga non sarebbe stata non solo scontata, ma addirittura da escludere: l’Albania, entro quella data, potrebbe entrare nell’Unione Europea, rendendo di fatto obsoleti i centri concepiti in funzione di un paese terzo.
Lo scontro politico immediato e la strumentalizzazione dell’opposizione
Le parole del capo della diplomazia di Tirana hanno prodotto l’effetto di una miccia su una polveriera già satura di tensioni interne al dibattito italiano. L’opposizione, in particolare le forze di sinistra, ha infatti colto al volo l’occasione per attaccare il governo guidato da Giorgia Meloni, leggendo nell’affondo di Hoxha la prova della fragilità di un accordo che – a suo dire – era stato venduto come solido e definitivo. Non sono mancate le richieste, in Parlamento, di riferire in aula sullo stato dei fatti, con una sequenza di interventi che animavano la giornata politica insieme ad altre questioni roventi, come quella sul fine vita. Ma la narrazione dell’imminente naufragio del patto è durata lo spazio di qualche ora.
La retromarcia di Rama: “L’accordo dura finché lo vuole l’Italia”
A rimettere ordine nella comunicazione albanese ci ha pensato direttamente il primo ministro Edi Rama, il quale ha smentito senza mezzi termini il suo stesso ministro. Con una secchezza degna di nota, Rama ha ribadito che il protocollo con l’Italia continuerà a essere operativo finché Roma ne vorrà la prosecuzione; nessuna scadenza automatica legata al 2030 o all’eventuale ingresso nell’Unione Europea può, secondo lui, mettere in discussione la volontà politica di tenere in vita i centri. “Meloni riferisca” era stato lo slogan lanciato dalle opposizioni, ma la replica di Rama – che ha zittito le critiche definendole ennesimi “abbagli” della sinistra italiana – ha restituito l’immagine di un esecutivo albanese non affatto intenzionato a rompere l’intesa.
Incertezze di un giorno e la difesa della premier
L’episodio, oltre a restituire la fotografia di una diplomazia albanese non perfettamente allineata al proprio premier, ha riportato l’attenzione sulla fragilità politica di un accordo che, fin dalla sua presentazione, è stato bersaglio di critiche feroci. La premier Meloni, che già alla kermesse di Atreju nel dicembre 2024 aveva scandito con enfasi che i centri “fun-zio-ne-ran-no”, si è vista costretta a incassare il tiro incrociato tra Hoxha e Rama senza però intervenire direttamente nella giornata di fuoco. Il risultato, al netto della smentita, è l’ennesima dimostrazione di come le parole dei singoli ministri albanesi possano innescare crisi politiche a Roma, salvo essere poi ricomposte dalla voce unica (e autoritaria) del capo del governo di Tirana.




