Olivia Rodrigo e la bufera sul babydoll: “Non è colpa mia se mi sessualizzate”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’esibizione di Olivia Rodrigo al Billions Club Live di Spotify a Barcellona – quella in cui ha sfoggiato un abitino rosa e bianco a fiori, chiaro riferimento allo stile babydoll – ha scatenato un dibattito destinato a trascendere i confini della cronaca mondana per approdare su un terreno ben più scivoloso, quello della responsabilità sessuale e della censura estetica.
Il vestito, che sulla cantante californiana appariva come una naturale estensione di quella fusione tra estetica preppy e attitudine edgy che ne contraddistingue l’immagine, è stato al centro di una valanga di commenti sui social, nei quali si accusava la popstar non solo di atteggiarsi in modo “provocante”, ma addirittura di veicolare un immaginario ambiguo, capace di associare il mondo dell’infanzia a uno sguardo marcatamente sessuale.
A scatenare la reazione più violenta degli utenti, paradossalmente, non sono stati gli outfit più succinti indossati in passato, ma proprio questo abito che copriva completamente il corpo, arricchito da bloomers e volant, ritenuto da molti “infantile” e quindi, per assurdo, funzionale a una narrazione inquietante legata alla pedofilia.
La doppia morale del victim blaming
Intervenuta ai microfoni di Popcast, il podcast del New York Times, Rodrigo ha smontato con lucidità quella che definisce una “retorica pericolosa”, rifiutando con decisione l’idea che una donna debba farsi carico dello sguardo altrui. «Ho suonato sul palco con un reggiseno scintillante e shorts minuscoli – ha spiegato – e quello veniva considerato normale. Ma se mi copro completamente con un vestito che qualcuno giudica “da bambina”, all’improvviso è inappropriato?».
La cantante, che tra l’altro si prepara a lanciare il terzo album *You Seem Pretty Sad for a Girl So In Love*, ha ribaltato la prospettiva, sottolineando come siano proprio queste critiche a dimostrare quanto la pedofilia sia tragicamente normalizzata nel tessuto culturale contemporaneo.
Invece di chiedersi perché un uomo possa associare un capo di abbigliamento a un desiderio deviante, l’opinione pubblica finisce – secondo Rodrigo – per colpevolizzare la ragazza che quel capo lo indossa, perpetuando un meccanismo di controllo che parte dall’infanzia: «Non mettere quella gonna, perché se un uomo ti sessualizza, la colpa sarà tua».
L’eredità delle riot grrrl e la rivoluzione del look
Lungi dall’essere una scelta casuale o ingenua, l’estetica del babydoll abbracciata da Rodrigo affonda le radici in un preciso movimento di rivolta musicale e culturale: il riot grrrl degli anni Novanta. La stessa cantante ha rivendicato il diritto di ispirarsi a icone come Kathleen Hanna delle Bikini Kill o Courtney Love delle Hole, che per prime utilizzarono quegli abitini candidi e quelle figure quasi bambolesche come un’arma di rottura contro l’idea di donna “docile” e sottomessa.
«Non pensavo di essere sexy con quel vestito – ha chiarito – pensavo solo che fosse figo. Mi faceva sentire come le mie eroine». Quella che per alcuni critici sui social è una deriva inquietante (qualcuno ha parlato di “pedocore”), per Rodrigo è invece un atto di sovversione: indossare la fragilità infantile come una corazza per gridare rabbia e indipendenza, laddove i corpicini delle popstar vengono costantemente scrutinati e smembrati dal pubblico maschile.
La responsabilità dello sguardo maschile
La riflessione della ventitreenne – che durante l’intervista ha ammesso di essersi sentita “male” non tanto per le offese personali, quanto per il sottotesto che queste rivelano – si spinge fino a denunciare la deriva di una società che giudica le donne in base al metro della “seducibilità” infantile.
Il paradosso, per Rodrigo, è evidente: mentre un look esplicitamente sexy viene accettato come scelta consapevole di un’artista adulta, un abito che richiama il mondo delle bambole (e che copre il corpo) viene letto come un lasciapassare per desideri distorti, spostando il barile della responsabilità dalla mente del molestatore al guardaroba della vittima. La cantante ha concluso il suo intervento sottolineando l’urgenza di proteggere le ragazze più giovani da questa retorica, rifiutando l’idea di doversi vestire pensando a eventuali reazioni di “qualche folle maniaco”.
In un’epoca in cui ogni scelta stilistica viene decodificata all’istante, Olivia Rodrigo rivendica il diritto alla complessità: quella che le permette di indossare un grembiulino rosa e allo stesso tempo urlare la propria autonomia, senza che nessuno possa sentirsi autorizzato a trasformarla in un feticcio.




