Minneapolis sfida il gelo e l'Ice, in strada cento arresti tra i religiosi

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un freddo tagliente, capace di immobilizzare le strade, non ha fermato la rabbia di migliaia di persone scese in piazza a Minneapolis. La cosiddetta “Giornata della verità e della libertà”, concepita come un potente segnale di opposizione ai metodi dell’Ice, l’agenzia per l’immigrazione e le dogane, ha trasformato la metropoli del Minnesota in un palcoscenico di protesta silenziosa e determinata. Negozi e scuole hanno abbassato le serrande in uno sciopero generale che, in un clima polare con temperature precipitate fino a meno ventiquattro gradi, ha assunto i toni di una resistenza civile.

Una preghiera nell’aeroporto sotto zero

Mentre una parte dei manifestanti riempiva le vie del centro, un altro gruppo, composto in larga misura da leader e membri di diverse confessioni cristiane, ha scelto come luogo di protesta il Terminal 1 dell’aeroporto internazionale di Minneapolis-Saint Paul. L’obiettivo, dichiarato senza mezzi termini, era quello di contestare la collaborazione delle compagnie aeree, Delta in primis, con i voli charter utilizzati per le deportazioni. Lì, inginocchiati sul pavimento e sfidando il gelo che penetrava dagli ingressi, i religiosi hanno intonato inni e recitato preghiere, tra cui il Padre Nostro, in un sit-in pacifico ma di forte impatto simbolico. L’azione, come riferito dagli organizzatori, è terminata con l’arresto di circa cento di loro, un episodio che ha immediatamente amplificato l’eco nazionale della mobilitazione.

Il caso della bambina e le ombre sulle procedure

Tra le storie emerse a ridosso delle proteste, un episodio particolare ha attirato l’attenzione degli avvocati per i diritti civili. Durante un’operazione dell’Ice a Minneapolis, sarebbe stata arrestata insieme al padre una bambina ecuadoriana di soli due anni, poi trasferita in una struttura in Texas. Secondo la difesa legale della famiglia, entrambi avevano richieste di asilo attive e non sarebbero stati destinatari di alcun ordine di espulsione, il che solleva interrogativi non marginali sulla condotta e sui protocolli degli agenti federali in scenari così delicati.

Le dimissioni nell’Fbi e un filo che si intreccia

In un contesto già carico di tensione, un altro sviluppo giudiziario ha aggiunto profondità al quadro. Una funzionaria dell’Fbi, che stava indagando sulla condotta dell’agente federale coinvolto nella morte di Renee Nicole Good – una donna uccisa da un colpo d’arma da fuoco esploso durante un’operazione – si è dimessa dall’incarico. Le sue dimissioni, stando a quanto trapelato, sarebbero state causate da pressioni interne all’agenzia, gettando un’ombra sulla trasparenza delle indagini che coinvolgono le forze dell’ordine federali. Seppur relativo a un caso distinto, questo fatto è stato avvertito dai manifestanti come sintomo di un clima più ampio, in cui le azioni delle agenzie sotto l’amministrazione del presidente Trump vengono percepite come sempre meno soggette a scrutinio e controllo.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.