Venezuela, la doppia crisi tra intervento Usa e contraddizioni interne
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
L’iniziativa dell’amministrazione Trump, che all’inizio di gennaio ha orchestrato la deposizione forzata del presidente venezuelano Nicolás Maduro sostituendolo con un esecutivo ad interim guidato da Delcy Rodríguez, ha riacceso i riflettori su una crisi che trascende i confini nazionali. L’azione, definita da più parti come un’aggressione imperialista, rappresenta solo una delle facce di una realtà complessa, dove le pressioni esterne si intrecciano a profonde lacerazioni interne. Se da un lato, infatti, il nuovo esecivo provvisorio si trova a dover gestire le richieste di Washington – ammantate spesso dal termine “cooperazione” – dall’altro deve fronteggiare un malcontento sociale che non risparmia le sue stesse componenti, in un quadro generale di attesa per capire fin dove si spingerà questo tentativo di mediazione forzata con gli Stati Uniti.
La protesta dei lavoratori venezuelani
A smascherare le contraddizioni di un potere che ha lungamente utilizzato una retorica rivoluzionaria è stata, pochi giorni dopo l’insediamento del governo ad interim, una durissima presa di posizione della Centrale unitaria dei lavoratori del Venezuela. In una lettera indirizzata alla Federazione sindacale mondiale, il suo comitato direttivo ha condannato senza mezzi termini sia l’intervento statunitense, sia le politiche del governo Maduro. Quest’ultimo viene accusato di aver accettato supinamente un “inusitato e indegno processo di perdita della sovranità nazionale”, mentre in parallelo violava i diritti dei lavoratori e le libertà democratiche. Quelle stesse posizioni, denuncia la centrale, sono state portate avanti “in nome di una presunta rivoluzione e un presunto socialismo” ma hanno di fatto rivelato, nella pratica, “posizioni apertamente reazionarie”.
Il dibattito internazionale e le mobilitazioni locali
Le ripercussioni dell’evento hanno ovviamente varcato l’oceano, generando un acceso dibattito sulle modalità e sulle conseguenze dell’intervento statunitense. In Italia, ad esempio, la fondazione Casa America di Genova ha organizzato un incontro pubblico per analizzare proprio la fine della cosiddetta dittatura in Venezuela e per esaminare le possibili ricadute sul piano internazionale. Questo tipo di iniziative dimostra come la questione venga percepita come un nodo cruciale per gli equilibri geopolitici. Intanto, in patria, mentre il governo ad interim cerca di consolidare la propria legittimità, il disagio sociale non si placa. In regioni lontane dalla capitale, come il Molise, le lotte dei lavoratori – ad esempio quelli del trasporto pubblico completamente privatizzato – continuano a denunciare condizioni lavorative precarie, con ritardi nei pagamenti e situazioni di insicurezza diffuse, rivendicando il ritorno a un controllo pubblico e democratico dei servizi essenziali.
Un mosaico politico ancora da comporre
La situazione attuale in Venezuela si configura dunque come un mosaico dai tasselli instabili e contrastanti, dove l’iniziativa di Trump ha inserito una tessera decisiva ma non risolutiva. Da una parte c’è un governo fantoccio che deve bilanciare le esigenze di Washington con la necessità di mantenere una parvenza di consenso interno; dall’altra, una popolazione stremata e una classe lavoratrice che, dopo anni di promesse disattese, rivolge le sue critiche sia all’imperialismo straniero sia a chi, internamente, ha tradito gli ideali di giustizia sociale. La retorica della lotta anti-imperialista, insomma, viene oggi svuotata della sua forza da chi l’ha utilizzata come copertura per politiche autoritarie, lasciando spazio a una crisi multidimensionale la cui soluzione appare ancora lontana e incerta.




