World password day, il paradosso italiano: meno attacchi ma più furti di identità, la svolta è nell’Ai predittiva
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Mentre oggi, 7 maggio 2026, si celebra il World Password Day, emergono dati contrastanti sulla sicurezza digitale del nostro Paese. Da un lato, c’è una tendenza che sembra confortare: secondo un’analisi condivisa in queste ore, solo il 17% delle organizzazioni italiane dichiara un incremento degli incidenti informatici nell’ultimo anno, una percentuale decisamente inferiore rispetto al 33% registrato nel resto d’Europa. Un risultato, questo, che potrebbe alimentare un pericoloso ottimismo. Eppure, una volta che si scava nella natura di quelle violenze digitali, il quadro cambia radicalmente, mostrando un’Italia molto più vulnerabile sotto un aspetto specifico: la protezione dell’identità.
Il cosiddetto “fattore identità” è diventato l’anello debole della catena. Il furto di credenziali – quelle chiavi d’accesso che permettono di entrare nei sistemi aziendali e nei conti personali – colpisce il 67% delle imprese italiane, una cifra che non solo è molto alta ma che appare quasi tripla rispetto al 25% delle aziende europee che subiscono la stessa sorte. Significa, in termini pratici, che nonostante si verifichino meno “scoppi” complessivi di crisi, il singolo episodio di attacco è estremamente più mirato e pericoloso, andando a colpire il cuore della fiducia digitale: l’accesso. Non bastano i classici attacchi DDoS o i tentativi di phishing, che pure rimangono stabili (55% dei casi), ma i criminali informatici sembrano aver affinato le tecniche per rubare proprio le identità.
Viene qui la domanda spontanea: a che serve una password da 24 caratteri, con una sequenza impossibile di maiuscole, simboli e numeri, se poi la si digita mentre si è connessi alla rete Wi-Fi pubblica del bar o dell’aeroporto? -2 La risposta è che non serve a nulla o quasi. La vulnerabilità, cioè, non risiede solo nella complessità della chiave ma nel contesto in cui quella chiave viene utilizzata. Il vero errore, però, è un altro e riguarda la staticità: se si riutilizza la stessa password su dieci siti diversi, o se non si attiva quel piccolo grande arnese tecnologico che è l’autenticazione a due fattori, di fatto si lascia la porta blindata ma le finestre spalancate. Ed ecco che il ladro, ovvero l’hacker, entra da lì senza nemmeno scassinare la serratura.
La risposta tecnologica – e necessaria – delle aziende
Di fronte a questa falla sistemica, le realtà produttive italiane non stanno certo a guardare. Anzi, il mercato della sicurezza sembra animato da una voglia di rinnovamento persino più forte che altrove. Oltre il 72% dei professionisti del settore sta spingendo per abbandonare i sistemi cosiddetti “legacy” (quelli obsoleti) per integrarne di nuovi, un dato che supera di slancio la media europea. L’obiettivo dichiarato non è solo quello di rattoppare le falle esistenti, ma di cambiare completamente paradigma: dalla difesa passiva alla previsione attiva.
Ed è qui che entra in gioco il concetto più interessante, quello legato all’intelligenza artificiale generativa e predittiva. Secondo lo studio, il 44% delle aziende italiane guarda a questi strumenti con l’ambizione di anticipare le minacce (mentre in Europa questa percentuale si ferma al 27%). Vuol dire, in altre parole, che quasi una realtà su due spera di utilizzare l’Ai non tanto per spegnare l’incendio, quanto per capire dove e quando l’incendio scoppierà, magari analizzando i comportamenti anomali prima che la violazione avvenga. Un approccio, questo, che rivela una certa maturità: si capisce che la partita non si gioca più sulla lunghezza del codice segreto, ma sulla capacità di apprendere dai pattern.
Gli errori quotidiani che annullano la sicurezza
Ma mentre le aziende accelerano verso l’innovazione, la cronaca di queste giornate ricorda quanto la “superficie d’attacco” sia ancora alimentata da abitudini umane difficili da estirpare. La discussione attorno al World Password Day riporta in luce quattro errori che, a conti fatti, rendono vano qualsiasi sforzo tecnologico. Il primo, come accennato, è l’uso incauto delle reti pubbliche: senza una VPN che cifri il traffico, la password viaggia in chiaro e può essere intercettata in pochi secondi. Il secondo errore è la credulità digitale, cioè cliccare su link contenuti in email allarmistiche che minacciano la sospensione del conto corrente entro 24 ore.
Il terzo errore è forse il più diffuso e letale: la riproposizione delle stesse credenziali su piattaforme multiple. Se la combinazione di email e password viene rubata da un sito poco sicuro, l’hacker può tentare il “credential stuffing” su servizi molto più critici come la posta o l’home banking. Il quarto, infine, è la dimenticanza della seconda fiducia, ovvero l’autenticazione a due fattori (2FA). Si tratta di un passaggio che costa forse dieci secondi in più, ma che blocca la stragrande maggioranza degli attacchi automatizzati.
Prevenzione e analisi video: i nuovi orizzonti italiani
Non è un caso, quindi, che gli investimenti in Italia si stiano concentrando su soluzioni specifiche. Il 55% delle aziende punta a implementare l’analisi video basata su intelligenza artificiale, non tanto per guardare, ma per attivare eventi in automatico quando si verifica una condizione di rischio. C’è una spinta concreta verso l’unificazione delle piattaforme di sicurezza, fisica e digitale, che è il presupposto tecnico per far funzionare la tanto agognata profilazione predittiva. In altre parole, si lavora per costruire un sistema immunitario digitale che reagisca prima ancora di aver percepito il colpo.
Certo, non mancano le resistenze. Un 34% del campione esprime ancora forti preoccupazioni sulla gestione e la privacy dei dati, mentre un 17% lamenta l’assenza di competenze specializzate sul mercato per gestire queste macchine complesse. La strada appare segnata, ma è ancora accidentata; la fotografia scattata in questo World Password Day restituisce l’immagine di un Paese che, pur avendo meno “febbre” degli altri, soffre di una malattia più specifica e subdola, cercando però di curarla con i farmaci del futuro anziché con i cerotti del passato.




