Scomparso a Besate, la Dda di Milano indaga per omicidio: tre persone accusate dell'eliminazione dell'imprenditore Pasquale Lamberti

Scomparso a Besate, la Dda di Milano indaga per omicidio: tre persone accusate dell'eliminazione dell'imprenditore Pasquale Lamberti
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Redazione Interno Redazione Interno   -   La scomparsa dell'imprenditore brianzolo Pasquale Lamberti, svanito nel nulla il 3 luglio del 2021, viene ora ufficialmente inquadrata come un omicidio premeditato. La Direzione Distrettuale Antimafia di Milano ha notificato tre avvisi di garanzia a carico di altrettante persone accusate, a vario titolo, di aver preso parte al delitto e all'occultamento del cadavere del settantenne, fatto che ha reso vano fino a oggi il ritrovamento della salma.

Il corpo di Lamberti, titolare della Cadel srl e della controllata Ucl spa, non è mai stato trovato nonostante le ricerche, che avevano inizialmente fatto pensare a un allontanamento volontario.

Il messaggio premonitore e l’appuntamento con i killer

La svolta nelle indagini è giunta a distanza di esattamente cinque anni, quando gli inquirenti hanno ricostruito una tempistica serrata dell'ultima mattina di vita dell'imprenditore. Quel giorno, Lamberti si era allontanato da casa sua a Monza alle 4.54 del mattino a bordo della sua Range Rover, per poi essere censito, insieme a una Skoda Felicia, in un'area compresa tra Morimondo e Besate.

I tabulati telefonici e i varchi hanno permesso di accertare che nei tre giorni precedenti alla scomparsa si erano verificati diversi incontri tra la vittima e uno degli esecutori materiali, Renato Mandaglio, e che proprio in quella zona il 3 luglio si è consumato l’agguato.

A lasciare poche speranze ai familiari era stato un biglietto lasciato dall’imprenditore, nel quale si leggeva: "Se leggete questo messaggio significa che io non sono tornato", una nota che conteneva i nomi di chi, a suo dire, poteva volergli del male e che deteneva il suo patrimonio.

I tre indagati: il presunto mandante e gli esecutori

Gli avvisi di garanzia per omicidio in concorso sono stati notificati a Claudio Mancini, Renato Mandaglio e alla sua compagna Emanuela Calvi. Mancini, originario del Molise, è considerato il mandante e il collante del gruppo criminale, già detenuto in carcere da un anno per bancarotta fraudolenta e altri reati tributari.

L’accusa, sostenuta dalle risultanze investigative della Dda, ipotizza che Mancini si sia costruito un alibi allontanandosi in Calabria il giorno prima del delitto, affidando materialmente l’esecuzione a Renato Mandaglio, un imbianchino di 59 anni residente a Bereguardo, e alla sua convivente Emanuela Calvi. Entrambi, accompagnati dal loro legale, si sono presentati al Nucleo Investigativo dei carabinieri di Milano avvalendosi della facoltà di non rispondere.

La regia della 'ndrangheta e lo spolpo delle aziende

Le indagini hanno rivelato un quadro complesso in cui l'omicidio rappresenterebbe il punto di arrivo di un disegno criminoso volto alla definitiva estromissione di Lamberti dalle sue aziende, allo scopo di blindare le condotte di spoliazione patrimoniale messe in atto dal gruppo. Secondo gli inquirenti, il delitto sarebbe stato commesso in sinergia con esponenti del clan di 'ndrangheta Bruzzaniti, tra cui Antonio "U pazzu" e Leo "U niru" Bruzzaniti, che avrebbero fornito il metodo mafioso e la capacità intimidatoria necessaria a gestire le società dell'imprenditore.

Il nome di Mancini, definito ironicamente dalla vittima come "mio fratello?" nell'ultimo messaggio, era già emerso in un'altra inchiesta della Procura di Brescia, nella quale si ipotizzava che l'imprenditore fosse stato raggirato e spogliato dei suoi averi, e che la Cadel fosse stata ceduta a una holding svizzera in cambio di promesse mai mantenute.

Le tracce del depistaggio

Gli investigatori hanno ricostruito minuziosamente le fasi successive all’omicidio, che sarebbe avvenuto in una finestra temporale compresa tra le 5.59 e le 6.52 del mattino. Dopo l’agguato, la coppia di esecutori avrebbe fatto rientro a Bereguardo, per poi tornare sul luogo del delitto con un secondo mezzo, una Citroën.

In quel frangente, il telefono cellulare della coppia è stato spento per circa ottanta minuti, un lasso di tempo ritenuto compatibile con le operazioni di spostamento e occultamento del cadavere e con il successivo depistaggio dell’auto della vittima, la quale è stata poi ritrovata parcheggiata in una piazza di Besate per far credere a un allontanamento volontario.

Il corpo dell’imprenditore, tuttavia, non è mai stato ritrovato, e il suo telefono è rimasto acceso per alcune ore dopo il delitto, probabilmente per alimentare la finzione che fosse ancora in vita, prima di venire definitivamente disattivato.

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