A Gaza il diritto internazionale è negato, mentre il mondo assiste inerme
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Redazione Esteri
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Nessuno, né governi né leader politici, può considerarsi al di sopra delle leggi che regolano la convivenza tra Stati, eppure ciò che accade nella Striscia di Gaza dimostra il contrario. Le parole del senatore americano Lindsey Graham, il quale ha definito la Corte penale internazionale uno strumento creato «solo per l’Africa e per teppisti come Putin», suonano come una beffa di fronte a un conflitto che da mesi insanguina il Medio Oriente. Se la differenza tra democrazie e regimi autoritari risiede nel rispetto delle norme condivise, allora la crisi attuale rappresenta un fallimento collettivo.
Benjamin Netanyahu ha annunciato un’operazione militare su larga scala, che di fatto equivale a un’occupazione definitiva di Gaza. Le conseguenze sono immediate: centinaia di migliaia di palestinesi, già sfollati più volte in diciannove mesi, vengono nuovamente costretti a fuggire, trattati come merci da spostare da un confine all’altro. Intanto, gli aiuti umanitari rimangono bloccati, mentre l’Onu denuncia che almeno 66mila bambini soffrono di malnutrizione acuta e gran parte della popolazione sopravvive con un pasto ogni due o tre giorni. Una situazione che, nonostante le condanne formali, non sembra trovare soluzioni concrete.
Contro questo scenario, si moltiplicano le iniziative di protesta. A Roma, il Comitato Monteverde per la pace ha lanciato l’appello «Cinque minuti di buio per Gaza», invitando i cittadini a spegnere le luci per esprimere «orrore e condanna» verso l’invasione annunciata. «Non riusciamo a far sentire le nostre voci – hanno spiegato i promotori – ma possiamo far vedere il nostro buio». Un gesto simbolico, replicato anche a Saronno dalla rete “4 passi di Pace”, che ha aderito alla mobilitazione. «Spegniamo tutto dalle 22.00 alle 22.05 – hanno annunciato –, un segnale di ripulsa contro un abominio che nessuno ferma».




