L'amore è cieco, ma la televisione guarda solo l'audience

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   È disponibile su Netflix la penultima puntata de "L'amore è cieco Italia", condotta da Benedetta Parodi e Fabio Caressa, che ha portato all'altare quattro delle coppie formatisi durante il programma. L'edizione italiana, giunta dopo quelle statunitense, giapponese e brasiliane, ripropone il meccanismo collaudato dei "blind date" e di una convivenza forzata, culminata in nozze celebrate lo scorso marzo, il cui esito sarà svelato solo con la reunion in programma il 22 dicembre. Alessandro Bianchin, uno dei partecipanti, ha dichiarato di aver sposato Hyoni perché "è una tosta", ammettendo anche una sua precedente eccessiva attenzione all'aspetto fisico, superata – a suo dire – durante l'esperienza televisiva. La puntata decisiva, che sarà quella della reunion, dovrà chiarire non solo il destino di queste unioni, ma anche se Parmi abbia tentato di riconquistare Gergana dopo il suo rifiuto pronunciato davanti all'altare.

Il format ricorrente e il vuoto che lascia

Quello presentato dalla piattaforma di streaming, del resto, è soltanto l'ultimo tassello di un mosaico ormai sterminato, che comprende una serie infinita di programmi – da "Matrimonio a prima vista" a "Il contadino cerca moglie", fino a "90 giorni per innamorarsi" – i quali, sebbene con declinazioni lievemente diverse, perseguono lo stesso obiettivo: trasformare il sentimento più complesso e l'istituzione più solenne in un prodotto da consumare rapidamente. Ciò che ne risulta, al di là delle singole storie personali che pure possono emergere, è una banalizzazione sistematica, una riduzione dell'amore a una sequenza prevedibile di tappe, tutte giocate tra l'artificio dello studio televisivo e la pressione di una scadenza. La "cecità" proclamata dal Titolo, in questa cornice, sembra essere più un requisito di produzione che una virtù romantica, necessaria agli spettatori per ignorare la costruzione mediatica in cui quelle relazioni sono immerse.

Tra realtà e finzione: il confine sempre più labile

Le dichiarazioni dei partecipanti, come quella di Bianchin, rivelano spesso una consapevolezza del gioco in atto, un adattamento al copione che richiede di raccontare una trasformazione interiore. Si afferma, così, di aver superato pregiudizi superficiali, di aver compreso l'essenza dell'altro al di là dell'apparenza, in un percorso che – non a caso – rispecchia esattamente la promessa narrativa del format stesso. Il matrimonio, in questo contesto, non è il punto di arrivo di una storia privata, ma il culmine obbligato di un racconto pensato per il pubblico, la scena madre da cui dipendono colpi di scena e conferme. La reunion, attesa per dicembre, funzionerà da epilogo, mostrando quali delle unioni siano riuscite a sopravvivere, almeno fino a quel momento, al ritorno nella normalità, lontano dalle telecamere e dai vincoli contrattuali.

Uno sguardo più ampio sul fenomeno

La proliferazione di questi programmi, che non accenna a diminuire, indica una domanda costante da parte del pubblico, ma anche un'offerta che raramente si discosta da schemi consolidati. La narrazione, pur con qualche variante, rimane incentrata sul dramma sentimentale, sulla suspense del "sì" o del "no" all'altare, sulla possibile delusione o sulla scoperta di un affetto genuino. Quel che manca, e che forse sarebbe più interessante esplorare, è una riflessione sul dopo, sulle dinamiche reali che si instaurano quando la passerella si spegne e le vite riprese dai reality devono tornare a scorrere nel loro alveo quotidiano, con tutte le difficoltà che qualsiasi rapporto comporta. Il vero racconto, forse, inizierebbe lì, ma è una storia che richiederebbe tempi diversi e un ascolto più paziente, due elementi spesso antitetici alle logiche dell'intrattenimento veloce.

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