L’Ue prova ad accelerare con “Eu Inc.”: in 48 ore e a 100 euro la società su scala europea
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Chi ha seguito il dibattito sul ventottesimo regime, dal momento in cui fu originariamente proposto nel rapporto Letta quasi due anni fa e ribadito poi in quello Draghi, e si trova davanti al testo della proposta della Commissione presentata oggi non può che ricavare la netta impressione che startup e scaleup europee abbiano fatto un ottimo lavoro per portare avanti le proprie idee, oppure che, forse, il bicchiere sia ancora troppo lontano dall’essere considerato pieno. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha presentato a Bruxelles la proposta di regolamento per “EU Inc.”, il tanto atteso 28° regime di diritto societario che si affianca ai 27 ordinamenti nazionali, promettendo di ridurre drasticamente i tempi e i costi per chi vuole fare impresa oltre i confini. L’obiettivo dichiarato, come del resto emerso nelle scorse settimane dopo l’anticipazione a Davos, è quello di colmare il divario competitivo con gli Stati Uniti, dove la semplicità amministrativa del Delaware ha attratto per decenni capitali e talenti. Si tratta di una scommessa coraggiosa da parte dell’esecutivo comunitario, che prova a mettere ordine in una frammentazione normativa che oggi costringe gli imprenditori a confrontarsi con oltre 60 forme societarie diverse e 27 sistemi legali separati.
Le regole del nuovo statuto: digitalizzazione e costi contenuti
Il cuore della proposta, che ora passerà al vaglio del Parlamento europeo e del Consiglio, ruota attorno a un principio di semplicità radicale. Aprire una società non dovrà più essere un’odissea burocratica che si trascina per settimane o mesi. Il nuovo regolamento prevede che un imprenditore – o una startup innovativa – potrà costituire una “EU Inc.” in sole 48 ore, attraverso una procedura interamente digitalizzata, con un costo massimo fissato a 100 euro. Questo nuovo strumento, concepito come opzionale, agisce come un “passaporto societario”: una volta registrata, l’impresa potrà operare in tutta l’Unione senza doversi riadattare alle legislazioni locali per quanto riguarda il diritto societario, beneficiando di un unico set di regole armonizzate.
La commissaria per la Giustizia, Michael McGrath, ha sottolineato che si tratta di un quadro “digital-by-default”, dove il principio del “once-only” – cioè l’obbligo per le amministrazioni di non chiedere più volte gli stessi dati – dovrebbe alleggerire significativamente gli oneri amministrativi per chi decide di espandersi. Per le imprese, ciò significa poter gestire l’intero ciclo di vita societario, dall’emissione di azioni alle operazioni di fusione, attraverso un portale centralizzato che dialogherà con i registri delle imprese nazionali, superando la frammentazione che oggi costringe a passare da un notaio all’altro in ogni stato membro. L’idea, insomma, è quella di offrire un’alternativa semplice e omogenea a un sistema che, come hanno evidenziato i rapporti Letta e Draghi, rappresenta uno dei principali freni alla competitività europea.
La reazione dell’ecosistema: un primo passo con qualche ombra
Se da un lato il mondo delle startup e delle scaleup accoglie con favore l’accelerazione impressa dalla Commissione, dall’altro non mancano le voci che invitano a guardare con attenzione ai dettagli ancora da definire. L’entusiasmo iniziale per il “28° regime” puro, un diritto societario europeo completamente sganciato dalle norme nazionali, si scontra con la realtà di una proposta che lascia ancora molti aspetti in mano agli Stati membri. In particolare, restano escluse dall’armonizzazione le materie delicate come il diritto del lavoro, la fiscalità e la previdenza sociale, che continueranno a essere regolate dalla legge del paese in cui la società avrà la propria sede amministrativa.
Alcuni analisti notano come, in questa configurazione, il nuovo statuto rischi di essere più un “27° regime e mezzo” che un vero unicum europeo. Sebbene la digitalizzazione e la rapidità di costituzione rappresentino un salto di qualità rispetto all’attuale burocrazia, la persistenza di 27 diversi sistemi fiscali e giuslavoristici potrebbe comunque disincentivare la piena mobilità delle imprese, riproponendo – seppure in forma attenuata – quelle difficoltà che hanno portato al fallimento dei precedenti tentativi di introdurre una società privata europea (come la SPE o la SUP). Tuttavia, il fatto che la proposta arrivi con il sostegno esplicito di Ursula von der Leyen – che in più occasioni ha parlato di “abbattere le barriere” per rendere l’Europa un “gigante globale” – e con il pressing di 19 Stati membri, tra cui l’Italia, che già in autunno avevano chiesto di accelerare i tempi, lascia intendere che questa volta la volontà politica potrebbe essere più solida rispetto al passato.
Un modello pensato per trattenere i talenti in Europa
Dietro la sigla “EU Inc.” c’è una strategia precisa: provare a invertire la rotta di quei fondatori e di quelle giovani imprese che, per crescere, preferiscono ancora oggi attraversare l’Atlantico. La Commissione ha chiarito che l’obiettivo è semplificare la vita a chi vuole innovare, offrendo uno strumento che permetta di attrarre investimenti senza dover subire il costo della frammentazione. Un elemento centrale sarà la possibilità di adottare piani di stock option armonizzati su scala europea, uno degli strumenti ritenuti fondamentali per trattenere i talenti in un mercato del lavoro sempre più globalizzato. L’auspicio di Bruxelles è che questa semplificazione non solo trattenga le startup che nascono in Europa, ma convinca anche quelle che hanno già scelto di trasferirsi negli Stati Uniti a fare ritorno.
L’iter legislativo, tuttavia, è appena all’inizio. La proposta di regolamento dovrà ora essere negoziata tra Parlamento e Consiglio, e come sottolineato dalla stessa von der Leyen in un recente intervento a Copenaghen, la vera sfida sarà riuscire a portare a termine il lavoro senza che le richieste di modifica ne snaturino la portata semplificatrice. Resta sul tavolo la questione delicata della partecipazione dei lavoratori e delle normative locali sulla cogestione, temi che in passato hanno fatto saltare i precedenti tentativi di riforma. Per il momento, il messaggio lanciato dalla Commissione è chiaro: si punta a chiudere l’accordo entro l’anno, per rendere operativo il nuovo regime entro il 2028, nell’ambito di una visione più ampia che punta a realizzare un vero mercato unico dei capitali e dell’innovazione.




