Derek Gee West e Jonas Vingegaard, due capitani per un Giro che sa di storia
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Redazione Sport
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Il Giro d'Italia 2026, sin dalle prime voci, si profila come un appuntamento eccezionale, capace di attirare protagonisti di primissimo piano con ambizioni diametralmente opposte, ma altrettanto significative. Da un lato c'è Derek Gee West, che dopo il sorprendente quarto posto dello scorso anno si presenta con la piena investitura di capitano della Lidl-Trek. Lui, che ha appena siglato un rinnovo triennale con la formazione guidata da Luca Guercilena, non nasconde l'obiettivo di un ulteriore passo in avanti. «Sarò il leader nella corsa rosa», ha dichiarato senza mezzi termini il canadese, consapevole di poter contare su una squadra costruita per tentare diverse carte, dalla volata con il campione del mondo Jonathan Milan alle fughe in montagna con Giulio Ciccone.
Il sogno della Tripla Corona e il peso mentale dello sport
Dall'altro, sulla linea di partenza di Torino l'8 maggio, ci sarà per la prima volta Jonas Vingegaard, l'uomo che ha già vinto tutto, o quasi. Il danese del Team Visma Lease a Bike, dopo aver piegato per due volte il Tour de France e conquistato la Vuelta a España lo scorso anno, ha ufficializzato la sua presenza mirando a un'impresa che solo sette corridori hanno compiuto: la Tripla Corona, ovvero la vittoria di tutti e tre i Grandi Giri nel corso della carriera. Una scelta, la sua, dettata anche da ragioni preparatorie, poiché il Giro sarà il terreno di prova ideale in vista di un nuovo assalto al Tour. Ma le recenti dichiarazioni dello stesso Vingegaard hanno gettato una luce diversa, più introspettiva, sulla vita del ciclista professionista.
Il confronto con il ritiro di Yates e l'equilibrio precario
In un'intervista rilasciata a Feltet, il fuoriclasse danese ha infatti confessato quanto questo sport, apparentemente solo fisico, sia in realtà «logorante per tutti». Ha ammesso di essere stato, lui stesso, vicino all'esaurimento, trovando una via d'uscita solo grazie al confronto con il proprio staff. Ed è partendo da questa consapevolezza che ha commentato con grande rispetto la scelta, improvvisa per molti, del ritiro annunciato da Simon Yates, ultimo vincitore del Giro e suo ex compagno alla Visma. Vingegaard ha interpretato quella decisione non come un capriccio, ma come l'epilogo di un percorso di sofferenza, una scelta maturata «quando ha capito di non avere più nulla da dare».
Il parere dello Squalo: una vittoria e un innamoramento
Sull'arrivo di Vingegaard alla Corsa Rosa, intanto, non ha esitato a esprimere un parere autorevole Vincenzo Nibali, uno di quei sette eletti ad aver vinto tutti i Grandi Giri. Lo Squalo, simbolo indiscusso del Giro e osservatore acuto dopo il suo addio alle corse, non solo indica il danese come il principale favorito per la vittoria finale, ma prevede per lui qualcosa di più di un semplice successo sportivo. Nibali è convinto, infatti, che Vingegaard si «innamorerà del Giro e dei tifosi», trovando in quelle strade e in quel calore un'ulteriore motivazione per affrontare una sfida che, al di là dei trofei, segna l'ingresso definitivo nella leggenda del ciclismo.




