Il licenziere? Jimmy Kimmel sfida i Trump (e la Fcc) e va avanti per la sua strada
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Redazione Esteri
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Lo spettacolo deve continuare. E se qualcuno – magari il presidente degli Stati Uniti in persona o sua moglie – prova a calare il sipario, la risposta è una sarcastica alzata di spalle. Succede anche questo, nel paese che ha inventato il Primo Emendamento: Jimmy Kimmel, bersaglio delle ire della Casa Bianca dopo una battuta finita dritta nel mirino di Donald e Melania Trump, non solo non arretra, ma rilancia. Nella puntata di ieri sera del suo "Jimmy Kimmel Live!", infatti, il comico ha fatto una cosa che suonava quasi come una dichiarazione di intenti: ha ignorato la bufera giudiziaria che si sta addensando sulla sua emittente. Nessuna menzione, nessuna battuta autocensurata; zero riferimenti alla decisione, comunicata proprio ieri, della Federal Communications Commission (la Fcc) di sottoporre a una revisione anticipata tutte le licenze delle emittenti possedute dall’Abc, la casa madre del suo show che fa capo alla Disney.
La stoccata che ha riacceso l’odio (e la macchina regolatoria)
Il paradosso, se così si può chiamare, è che il casus belli non è nemmeno una novità nel lungo (e stucchevole) tiro alla fune che oppone l’inquilino della Casa Bianca al conduttore notturno. Stavolta, la scintilla è partita da una definizione che Kimmel ha affibbiato alla first lady, definendola, in una gag andata in onda prima dell’attacco alla cena dei corrispondenti della stampa, «una vedova in divenire». Tre parole che hanno scatenato l’indignazione presidenziale, con Melania Trump che, in un post rimosso poi dai titoli dei giornali, ha chiesto una presa di posizione netta da parte dell’emittente, e il tycoon che ne ha chiesto il licenziamento immediato. Una reazione che Kimmel, nella sua controffensiva, ha liquidato con la consueta ironia tagliente, suggerendo alla first lady che, se davvero vuole combattere la retorica dell’odio, farebbe meglio ad avere «una conversazione a riguardo con suo marito».
Ma è la risposta dell’apparato a segnare il vero cambio di passo. La Fcc, guidata da Brendan Carr, fedelissimo di Trump, ha giocato d’anticipo, accorciando i tempi burocratici e avviando una valutazione straordinaria per le stazioni Abc. Un’azione che, tecnicamente, si appella a presunte violazioni sulle politiche di diversità e inclusione, ma che – come hanno prontamente sottolineato i commissari democratici e diverse associazioni per la libertà di stampa – ha una tempistica talmente sospetta da puzzare di ritorsione politica a chilometri di distanza. L’ultimo precedente di una revoca di licenza andata a buon fine risale al lontano 1969, il che dà la misura di quanto questo strumento sia percepito come una clava extralegale più che come una normale procedura amministrativa.
Un déjà-vu chiamato censura: quando il boomerang torna indietro
Chi segue la vicenda da vicino non può fare a meno di notare i rimandi al recente passato. La querelle Kimmel-Trump non nasce ieri: appena sette mesi fa, il comico fu messo off the air per sei giorni. La ragione, allora, furono alcune battute sull’omicidio dell’attivista conservatore Charlie Kirk, in cui Kimmel sosteneva che il movimento Maga stesse cercando di trarre vantaggio politico da quella tragedia. Una sospensione breve, quella decisa dall’Abc, che fece subito gridare alla resa della rete e che oggi funge da termometro della pressione mediatica. Con la differenza che, stavolta, Kimmel sembra aver cambiato strategia: non chiede scusa e non abbassa la testa. Anzi, in studio si è presentato con la faccia tosta di chi deve ricordare ai suoi detrattori che la Costituzione americana, nel Primo Emendamento, garantisce il diritto alla satira.
Questo schermaglia assume quindi contorni più complessi di una semplice rissa da reality. Da una parte, c’è un presidente che, forte di una rielezione ormai consolidata da oltre un anno, non teme di usare la leva federale – la Fcc – per colpire chi lo deride, trattando le licenze televisive come un’estensione della propria volontà politica. Dall’altra, c’è un comico che usa il palco per smontare pezzo per pezzo l’accusa di istigazione alla violenza, ribaltando il tavolo e indicando nello stesso presidente la fonte principale di quel clima di odio che la first lady dice di voler combattere.
Tra minacce e querele, la Disney nel mezzo della bufera
L’intera operazione mette in una posizione scomoda la Disney, colosso dei media che si trova ora a dover gestire un attacco senza precedenti alla propria licenza di trasmissione. Una mossa, quella della Fcc, che molti analisti hanno definito "illegale" e destinata a impantanarsi nei tribunali, ma che nell’immediato produce un effetto concreto: un clima di intimidizione. Del resto, Donald Trump ha già dimostrato in passato di gradire questa tattica, citando per gusto personale quotidiani come il "New York Times" o emittenti come la Cbs, mentre il Pentagono stringeva le maglie dell’accesso ai reporter tradizionali.
Per Kimmel, però, il copione sembra essere un altro. Consapevole che la storia dell’«aspirante vedova» è solo l’ultimo capitolo di una faida destinata a durare, il conduttore ha trasformato la replica in una lezione di vita americana. Quando gli è stato chiesto conto delle sue parole, ha risposto con disarmante semplicità: era una battuta sulla differenza d’età, non certo un invito all’assassinio. E, nel farlo, ha restituito al mittente l’accusa, suggerendo che forse, a casa Trump, qualcuno dovrebbe farsi un esame di coscienza prima di predicare bene e razzolare male. Se la Casa Bianca sperava di chiudere la bocca a uno dei suoi critici più agguerriti con una manovra regolatoria, deve aver scelto l’uomo sbagliato.




