Unicredit, i soci divisi sul compenso a Orcel e il futuro tedesco tra luci e ombre

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Un plebiscito, bulgaro nelle percentuali, ha accompagnato ieri l’approvazione del bilancio 2025 di UniCredit, con il via libera al buyback e al dividendo da 1,72 euro per azione che ha raccolto consensi tra il 98 e il 99% del capitale presente. Una sfilza di numeri, questi, che raccontano la salute finanziaria della banca—un utile di 8,1 miliardi a fare da cornice—ma che celano un dato, a dir poco, dissonante rispetto alla coralità degli altri voti. Quando si è passati al capitolo della politica di remunerazione, e in particolare ai compensi corrisposti all’amministratore delegato Andrea Orcel, il consenso si è improvvisamente assottigliato, fermandosi a un netto 64,5% delle preferenze. Un risultato, quest’ultimo, che conferma una consuetudine ormai consolidata per l’istituto guidato dal banchiere italo-spagnolo: il cosiddetto pomo della discordia resta saldamente ancorato alla voce che riguarda le retribuzioni del vertice.

L’assemblea, tenutasi a Milano con un’affluenza del 65,2%, ha dunque sancito una separazione netta tra l’approvazione dei conti e quella delle politiche retributive. Da un lato, la gestione ordinaria—il bilancio d’esercizio corredato dalle relazioni del consiglio di amministrazione, della società di revisione e del comitato per il controllo—ha ottenuto un’approvazione schiacciante (98,65%). Dall’altro, la delibera sulla destinazione dell’utile, che prevede anche la distribuzione di un dividendo massimo per 2,578 miliardi di euro, ha sfiorato l’unanimità (99,97%). A incrinare la sostanziale armonia tra i soci è stata, ancora una volta, la questione legata agli emolumenti del management, un tema su cui la compagine azionaria si dimostra da tempo refrattaria al consenso plebiscitario.

I numeri di un bilancio da 8,1 miliardi e le riserve per il futuro

L’utile di esercizio che i soci hanno avuto sul tavolo—pari a 8.120.638.933,98 euro—è stato destinato attraverso un meccanismo di allocazione che lascia trasparire le priorità strategiche del gruppo. Oltre alla copertura dell’acconto sul dividendo già distribuito lo scorso novembre, per un importo di 2,171 miliardi, e al dividendo vero e proprio, la cui cifra massima sfiora i 2,578 miliardi, l’assemblea ha votato per destinare somme consistenti a capitoli meno immediatamente finanziari. Un contributo di 35 milioni, per esempio, è stato indirizzato a iniziative sociali, benefiche e culturali attraverso la UniCredit Foundation, mentre altri 2,5 milioni confluiranno in una riserva specifica dedicata all’inclusione sociale e lavorativa dei giovani, oltre che al sostegno delle aree più colpite dalla transizione energetica. A queste si aggiunge un ulteriore accantonamento di 55 milioni di euro destinato alla riserva connessa al sistema di incentivazione a medio termine per il personale del gruppo, mentre il residuo dell’utile sarà riversato nella Riserva Statutaria.

Una fotografia, quella delle cifre, che restituisce l’immagine di una banca solida dal punto di vista patrimoniale, ma che ieri ha dovuto fare i conti anche con le prospettive geopolitiche del suo futuro. Perché, se l’assemblea era chiamata a ratificare i risultati dell’esercizio passato, il dibattito si è inevitabilmente proiettato sulle prossime mosse dell’istituto, in particolare su quelle che riguardano il mercato tedesco.

La sfida Commerzbank e il ruolo del presidente Padoan

A fare da contraltare ai numeri del bilancio è stato l’intervento del presidente Pier Carlo Padoan, il quale ha voluto ribadire la cornice strategica entro cui si inserisce l’offerta volontaria di scambio su Commerzbank. “Accanto alla nostra strategia organica”, ha dichiarato Padoan rivolgendosi agli azionisti, “l’offerta volontaria di scambio su Commerzbank esprime un’ambizione più ampia. Siamo fermamente convinti che l’Europa abbia bisogno di istituzioni più forti e meglio capitalizzate, e UniCredit è pronta a contribuire in modo determinante alla loro creazione”. Parole, queste, che arrivano in un momento di crescente intensità per la campagna della banca in Germania, dove la partita per la conquista della rivale resta aperta e si intreccia con le complesse dinamiche politiche ed economiche di Berlino.

L’operazione, che già nei mesi scorsi aveva acceso i riflettori su UniCredit come potenziale aggregatore transfrontaliero, rappresenta per Padoan e per il management un banco di prova cruciale. L’auspicio di un dialogo, espresso dal presidente nel suo intervento, non ha trovato però spazio nelle votazioni di ieri—e del resto non avrebbe potuto, trattandosi di una materia ancora in evoluzione—ma ha costituito lo sfondo ideale su cui si è consumato il divorzio tra i soci sulla politica dei compensi. Un contrasto, quello interno alla compagine azionaria, che non ha intaccato la fiducia sulla gestione corrente, ma che ha messo in luce una frattura destinata probabilmente a ripresentarsi in futuro, ogni qual volta si tornerà a discutere di quanto spetta a chi guida la banca.

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