Elly Schlein a Toronto, l’abbraccio con Obama e la scommessa sul crollo di Meloni
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Redazione Interno
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La segretaria del Partito democratico, atterrata da poche ore a Roma dopo la trasferta canadese, porta con sé un carnet di contatti internazionali che, nelle sue intenzioni, dovrebbe pesare come un macigno sull’asse del centrodestra. Al Global Progress Action Summit di Toronto, la leader dem ha concluso un tour iniziato a Barcellona con Pedro Sánchez e Lula, ottenendo quello che, per i suoi più stretti collaboratori, rappresenta il vero lasciapassare per la leadership dell’area progressista mondiale: il faccia a faccia con Barack Obama. Non si trattava solo di una stretta di mano rituale, ma di un momento carico di simbolismo personale, considerando che Schlein, nel lontano 2012, partecipò come volontaria alla campagna elettorale del presidente americano, trovandosi in prima fila a Chicago per il discorso della vittoria.
L’incontro, svoltosi nei corridoi del Fairmont Royal York Hotel, ha restituito l’immagine di una Schleen visibilmente emozionata, tanto che l’ex inquilino della Casa Bianca (oggi, con Trump stabilmente alla Casa Bianca da oltre un anno, una figura di riferimento per le sinistre globali) le avrebbe riservato parole di incoraggiamento, definendola un esempio per i “giovani leader”. Ma al di là dell’aneddoto personale, che riannoda il filo di una militanza giovanile durata anni, la partita della segretaria si gioca su un terreno ben più accidentato: quello interno. Perché mentre a Toronto si discuteva di “ricostruire l’ordine mondiale” e di fare argine alle destre, il mirino della rappresentante italiana era puntato dritto su Palazzo Chigi.
Non è un caso che, durante le interlocuzioni con i vertici del summit (tra cui il premier canadese Mark Carney), la narrazione portata avanti da Schlein abbia assunto i toni della certezza storica. La sua convinzione, ribadita negli incontri privati e ripresa dai cronisti presenti, è che l’esperienza di governo della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sia destinata a chiudersi secondo lo stesso copione già visto in Ungheria con Viktor Orbán. La tesi, azzardata sul piano politico ma efficace su quello della comunicazione di guerra, si fonda sull’idea che le destre nazionaliste, una volta messe alla prova dai dati economici (la segretaria cita "crescita zero" e costi energetici alle stelle), perdano inevitabilmente la spinta propulsiva che le aveva portate al potere.
Eppure, a guardare i dettagli logistici e politici dell’operazione, emerge una strategia ben precisa. La volontà di Schlein di “tessere una tela internazionale” segue un copione già collaudato, quello che l’ha vista abbracciare Lula in Spagna e cercare la benedizione di Obama in Nord America, nel tentativo di colmare un vuoto di esperienza governativa che l’oppositore diretto, Giuseppe Conte, possiede invece nel suo curriculum. L’incontro con Obama (la “prima volta assoluta di persona”, come ha raccontato lei stessa) serviva proprio a legittimare la sua ascesa, mostrando agli occhi dell’elettorato moderato che la leader dem è ormai interlocutrice credibile anche ai tavoli che contano.
Quanto ai contenuti, il vertice di Toronto ha ribadito la linea di un’opposizione totale alle politiche di Trump – che ormai non fa più notizia – e un’alleanza strategica con chi, come Carney, chiede un “nuovo ordine mondiale partendo dall’Europa”. Per Schlein, che da tempo critica l’atteggiamento del governo italiano ritenuto troppo remissivo verso Washington, l’occasione è stata propizia per ribadire la necessità di essere “alleati degli Stati Uniti, non di Trump”.




