Nicole Minetti, i giudici prendono atto della grazia: “Non deve scontare la pena”
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Redazione Interno
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Milano. Un passaggio formale, quasi burocratico nella sua secchezza, ha chiuso definitivamente i conti con la giustizia per Nicole Minetti. Il Tribunale di Sorveglianza di Milano, competente per l’esecuzione delle pene, ha dichiarato decaduto il titolo esecutivo che gravava sull’ex consigliera regionale lombarda, la quale si trovava a dover scontare un cumulo di condanne pari a tre anni e undici mesi.
La decisione, arrivata in poche ore dai giudici Marcello Bortolato e Paola Braggion, è la diretta e inevitabile conseguenza dell’atto di clemenza firmato a febbraio dal Presidente della Repubblica, un provvedimento che di fatto le ha evitato il carcere. La sostituta procuratrice generale Valeria Marino, nell’udienza di venerdì, aveva già chiesto al collegio di prendere atto della situazione, ravvisando ormai l’insussistenza della materia del contendere.
Un atto dovuto dopo la grazia del Colle
La revoca decisa dal tribunale, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non rappresenta una nuova valutazione nel merito delle accuse, bensì una mera presa d’atto di un evento esterno che ha modificato lo stato giuridico della condannata. La grazia concessa dal Capo dello Stato, infatti, ha il potere di sospendere l’esecuzione della pena; una sospensione che, lo si ricorderà, si trasformerà in estinzione definitiva della stessa trascorsi cinque anni senza che l’interessata commetta ulteriori reati.
Si è trattato, in sostanza, di dichiarare il "non luogo a deliberare" sull’istanza di affidamento in prova ai servizi sociali che Minetti aveva precedentemente presentato, una richiesta divenuta ormai obsoleta alla luce della grazia. I suoi legali, gli avvocati Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi, hanno così ricevuto il via libera definitivo per la loro assistita.
I due processi e la situazione familiare
La condanna complessiva di 3 anni e 11 mesi che Minetti non dovrà scontare era il risultato della fusione di due distinti procedimenti giudiziari, entrambi giunti a sentenza definitiva. Il primo, noto alle cronache come "Ruby bis", la vedeva imputata per favoreggiamento della prostituzione. Il secondo, invece, riguardava la vicenda delle cosiddette "spese allegre" al Pirellone, sede della Regione Lombardia, dove l’ex consigliera era stata riconosciuta colpevole di peculato.
Pur pesando su di lei un cumulo di pena superiore ai tre anni, l’atto di clemenza del Quirinale è stato motivato dalla particolare situazione familiare della donna, legata in particolare all’accudimento di un figlio minore, una condizione ritenuta prioritaria per giustificare il provvedimento di grazia.
Chiusura del caso dopo gli accertamenti
L’iter che ha portato alla formalizzazione di oggi è stato ratificato anche a seguito dei recenti accertamenti compiuti dalla Procura generale milanese, la quale ha rivisto il caso alla luce di ulteriori approfondimenti investigativi. Nonostante le polemiche mediatiche e i dubbi sollevati in passato – tra cui alcuni relativi alle modalità dell’adozione del figlio in Uruguay – gli uffici giudiziari non hanno ravvisato motivi per una rivalutazione del provvedimento di clemenza.
Il collegio presieduto da Bortolato ha dunque preso atto che l’ordine di esecuzione della pena non ha più motivo di esistere. Un epilogo, questo, che chiude definitivamente il capitolo giudiziario per l’ex igienista dentale che fu volto noto della politica lombarda, la quale vede così cancellata (seppur sotto condizione sospensiva) l’intera pena detentiva.




