Scoperta una fabbrica di stelle nell'universo primordiale

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Un team internazionale di astrofisici, che annovera tra le sue fila anche cosmologi della Scuola di Pisa, ha portato alla luce quella che, non a torto, può essere definita una autentica "fabbrica" di stelle, un luogo cosmico dove i processi di formazione stellare raggiungono ritmi frenetici e inauditi. Questa scoperta, la quale si basa su un'analisi meticolosa dei dati raccolti dal potentissimo telescopio ALMA, situato nel deserto di Atacama, ha permesso di identificare nella galassia Y1 un oggetto celeste di straordinario interesse. Ciò che colpisce immediatamente, infatti, è il suo intenso brillare, causato da polvere cosmica surriscaldata; un bagliore che tradisce un'attività febbrile, con la produzione di nuovi astri a una velocità che supera di ben 180 volte quella registrata all'interno della nostra più familiare Via Lattea. Una tale esplosività, che gli studiosi hanno avuto modo di constatare, conferma in maniera quasi inequivocabile come il tasso di crescita delle stelle nelle galassie primordiali, in un'epoca remota risalente a soli 600 milioni di anni dopo il Big Bang, fosse decisamente più elevato rispetto a quanto osservabile nell'universo attuale.

Uno sguardo agli albori del cosmo

La galassia Y1, tecnicamente indicata anche come MACS0416_Y1, si trova a un redshift così elevato, pari a circa 8.3, che la sua luce ha viaggiato per oltre tredici miliardi di anni prima di giungere ai nostri strumenti. Questo dato, di per sé, ci restituisce un'immagine di un cosmo giovanissimo, ancora in una fase di tumultuosa formazione, dove i processi fisici dovevano obbedire a leggi e a energie differenti da quelle odierne. La capacità di formare stelle a un ritmo così forsennato, da 100 a 200 volte superiore a quello della nostra galassia, fornisce agli scienziati un tassello cruciale per cominciare a sciogliere l'enigma di come le prime grandi strutture cosmiche abbiano potuto assemblarsi e crescere in tempi cosmologicamente così brevi. Si tratta di un indizio fondamentale, uno di quelli che costringono a rivedere i modelli e a spingere lo sguardo sempre più indietro nel tempo.

La caccia alle prime stelle

Parallelamente, un'altra ricerca, guidata da un gruppo di astronomi e focalizzata sulle osservazioni del James Webb Space Telescope, sta inseguendo un obiettivo forse ancora più ambizioso: l'individuazione delle prime stelle dell'universo. L'attenzione si è concentrata su un oggetto candidato noto come LAP1‑B, il quale potrebbe ospitare al suo interno quelle che vengono teoricamente classificate come stelle di Popolazione III. Queste ultime, delle quali non si ha ancora una prova osservativa diretta, rappresentano la primissima generazione di astri, formatisi dalla materia primordiale composta esclusivamente da idrogeno, elio e minute tracce di litio. La loro scoperta, che appare sempre più vicina grazie alla sensibilità senza precedenti del telescopio Webb, aprirebbe una finestra senza filtri sugli istanti iniziali della storia cosmica, rivelando i processi che hanno dato forma a tutto ciò che conosciamo.

Uno strumento per nuove scoperte

La combinazione delle capacità osservative di ALMA, specializzato nel catturare le lunghezze d'onda millimetriche e submillimetriche, e del James Webb, che opera principalmente nell'infrarosso, sta dunque dischiudendo possibilità fino a poco tempo fa inimmaginabili. Mentre il primo permette di studiare le nubi di polvere e gas da cui nascono le stelle, il secondo può spingersi a osservare la luce delle prime galassie e, potenzialmente, delle stelle più antiche. È questa sinergia, che unisce tecnologie diverse e complementari, a permettere di compiere passi da gigante nella comprensione di come l'universo, da uno stato iniziale di omogeneità e calore, sia riuscito a popolarsi di strutture complesse e di oggetti luminosi, gettando le basi per la successiva evoluzione chimica e per l'apparizione della vita.

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