Gilles Kepel: "Hamas e Netanyahu, stesso destino. La guerra li tiene al potere"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   PARIGI – Le dichiarazioni sul riconoscimento dello Stato di Palestina, moltiplicate dopo la conferenza Onu co-presieduta da Francia e Arabia Saudita, hanno già prodotto un effetto concreto, secondo Gilles Kepel. «C’è una pressione molto forte in questo momento su Benjamin Netanyahu», osserva il politologo e arabista francese, autore di Olocausti, sottolineando come il premier israeliano e Hamas condividano lo stesso obiettivo: perpetuare il conflitto per conservare il potere.

Mentre 143 Paesi delle Nazioni Unite spingono per il riconoscimento formale della Palestina, sul terreno la situazione appare ben diversa. L’espansionismo dei coloni israeliani, sostenuto da una destra sempre più radicale, si scontra con l’estremismo di Hamas, mentre l’Autorità Nazionale Palestinese, indebolita e divisa, sembra incapace di offrire una prospettiva credibile. Un riconoscimento simbolico, senza un reale cambiamento politico, rischia di essere l’ultima ipocrisia di un Occidente che ha a lungo ignorato la crisi.

Emmanuel Macron, in una lettera a Mahmoud Abbas, ha annunciato che la Francia riconoscerà lo Stato palestinese a settembre, durante l’apertura del nuovo ciclo Onu. «La pace è possibile», ha scritto, parlando di un impegno «di portata storica». Ma queste parole, se non accompagnate da azioni concrete, suonano vuote. Che valore hanno le condanne tardive dei crimini israeliani a Gaza, dopo mesi di distruzione e sofferenza? Che senso ha riconoscere uno Stato che, di fatto, viene cancellato giorno dopo giorno?

Le bombe, la fame usata come arma di guerra, la distruzione delle infrastrutture e dei legami sociali hanno lasciato una ferita profonda. Migliaia di civili, tra cui donne e bambini, sono morti senza che il mondo intervenisse con la necessaria determinazione. Ora che il massacro è sotto gli occhi di tutti, le parole rischiano di essere solo un’operazione di facciata, un modo per lavarsi la coscienza senza affrontare le radici del conflitto: l’oppressione, l’occupazione, la negazione dei diritti fondamentali.

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