The Gentlemen 2, l'Italia di Guy Ritchie tra potere, aristocrazia e citazioni sorrentiniane

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un momento, nella seconda stagione di The Gentlemen, in cui la macchina da presa sembra indugiare su un paesaggio lacustre quasi fosse un quadro, sospendendo il fiato e il ritmo convulso che pure contraddistingue le opere del suo regista. È quel passaggio, forse, a suggellare l’ambizione più dichiarata dello showrunner: portare il proprio immaginario criminale in Italia, ma senza limitarsi a farne lo sfondo per inseguimenti o regolamenti di conti, bensì cercando di evocare le atmosfere di un certo cinema nostrano, da Paolo Sorrentino in particolare.

La seconda stagione di The Gentlemen, disponibile su Netflix dal 3 settembre, cresce infatti nelle ambizioni, allarga il raggio d’azione dei suoi protagonisti e compie un salto geografico che non è solo narrativo, ma quasi estetico, come ha avuto modo di spiegare lo stesso Guy Ritchie in occasione della presentazione insieme allo sceneggiatore Matthew Read e agli interpreti principali Theo James e Kaya Scodelario.

La serie, che era nata come spin-off dell’omonimo film del 2019, si è trasformata in un fenomeno in breve tempo, e questo nuovo capitolo di otto episodi prova a consolidarne lo status senza rinunciare a quel mix di cinismo, humour nero e aristocratica spietatezza che ne costituisce il marchio di fabbrica.

Un cast italiano tra stereotipi e verità nascoste

A dare corpo e sostanza a questa svolta italianissima ci pensa un cast che mescola volti noti del nostro cinema a nuove leve pronte a misurarsi con il metodo, diciamo così, poco ortodosso di Ritchie. Sergio Castellitto, Benedetta Porcaroli e Michele Morrone entrano nell'universo della serie portando con sé una certa idea di recitazione mediterranea, ma trovandosi a dover fare i conti con un modo di lavorare che, come ha raccontato la stessa Porcaroli, lascia poco spazio alla preparazione tradizionale.

La giovane attrice, che interpreta la contessa Isabella Savanza di Parma, ha confessato di essere rimasta spiazzata fin dal primo giorno di riprese, quando si è presentata sul set con le battute memorizzate alla perfezione per poi scoprire che Ritchie le avrebbe cambiate tutte un attimo prima di girare. «Mi mettono il microfono – ha detto – e mi dicono: ecco, queste sono le nuove pagine. Era una frase difficilissima, mi sono bloccata sul set per la prima volta».

Un'esperienza che dice molto del metodo del regista inglese, più incline all'improvvisazione e al caos controllato che alla rigida osservanza del copione, e che ha messo a dura prova anche attori navigati come Castellitto, costretti a reinventarsi sul momento.

Proprio Castellitto, Morrone e Porcaroli, intervistati in occasione del lancio della serie, hanno avuto modo di riflettere non solo sul dietro le quinte, ma anche sul modo in cui The Gentlemen affronta il tema del crimine organizzato, cercando di smontare alcuni cliché che il cinema e la televisione hanno ormai reso quasi indistinguibili dalla realtà.

La riflessione più interessante, in questo senso, è venuta da uno dei membri del cast italiano, che ha ricordato come «i veri boss andavano in giro in Panda», una battuta che suona quasi come un monito contro l'estetizzazione del potere mafioso che troppo spesso prevale sugli schermi. The Gentlemen non rinuncia certo al lusso, agli abiti su misura e alle ville da sogno, ma sembra voler giocare con questi elementi più che celebrarli, mettendo in scena una criminalità che è fatta di apparenze, di gerarchie labili e di un'aristocrazia decadente che ha poco dell'epica tradizionale.

La scelta di ambientare parte della storia sul lago di Como, tra ville storiche e panorami mozzafiato, non è quindi un semplice espediente turistico, ma diventa il contraltare perfetto per una narrazione che parla di potere, di eredità e di famiglie che hanno imparato a mascherare i propri affari con l'eleganza di una cena di gala.

Il metodo Ritchie e il gioco delle parti

L'approccio di Guy Ritchie al set, come raccontato da Benedetta Porcaroli, rivela un regista che cerca l'imprevisto, che vuole spiazzare gli attori per strappare loro qualcosa di autentico, anche a costo di metterli in difficoltà. Non è un caso che la serie, pur mantenendo una struttura solida e riconoscibile, dia spesso l'impressione di essere costruita sul momento, di seguire un flusso che può deviare da un istante all'altro verso una battuta tagliente o una svolta inaspettata.

Questa anarchia controllata, che è poi il tratto distintivo del cinema di Ritchie fin da Lock & Stock, si sposa bene con il contesto italiano, con quel caos vitale che spesso i registi stranieri faticano a rappresentare senza cadere nel caricaturale. E qui, forse, sta la scommessa più ambiziosa di The Gentlemen 2: non limitarsi a usare l'Italia come scenografia, ma cercare di coglierne lo spirito contraddittorio, fatto di bellezza e violenza, di formalità e sopraffazione, un po' come aveva fatto Sorrentino con La grande bellezza, citato esplicitamente da Ritchie come riferimento.

Ma se l'Italia entra ufficialmente nell'universo della serie, lo fa a modo suo, cioè attraverso una galleria di personaggi che sono al tempo stesso affascinanti e pericolosi, eleganti e spietati. La contessa Isabella Savanza di Parma, interpretata da Porcaroli, è l'emblema di questa ambiguità: una nobildonna che si muove tra salotti e affari loschi con la stessa disinvoltura, e che diventa il fulcro di una trama in cui i confini tra legalità e crimine sono sempre più sfumati.

Accanto a lei, i personaggi interpretati da Castellitto e Morrone aggiungono ulteriori strati a un mosaico già di per sé complesso, fatto di alleanze che cambiano, di tradimenti che si consumano a bassa voce e di una violenza che viene sempre annunciata, mai esplicitata del tutto, secondo quella che è la cifra stilistica del regista inglese.

E poi, naturalmente, c'è l'aristocrazia inglese rappresentata da Theo James e Kaya Scodelario, che tornano a vestire i panni dei loro personaggi già noti al pubblico, trovandosi però a dover fare i conti con un nuovo equilibrio di potere in cui l'Italia gioca un ruolo da protagonista.

Il potere come maschera e il fascino della decadenza

Ciò che rende The Gentlemen una serie più interessante di tanti altri prodotti analoghi è forse la sua capacità di parlare di potere senza mai prenderlo troppo sul serio, o meglio, di rappresentarlo come un gioco di maschere in cui nessuno è veramente chi dice di essere. I criminali di Ritchie non sono eroi tragici né antieroi romantici, sono piuttosto degli opportunisti che sanno che il potere è fatto di apparenze, di voci che girano e di reputazioni da difendere a tutti i costi.

In questo senso, l'Italia diventa il palcoscenico ideale, un paese in cui la nobiltà e il crimine hanno sempre intrattenuto un rapporto ambiguo, fatto di reciproco sfruttamento e di segreti sepolti da generazioni. La scelta di ambientare parte della storia sul lago di Como, con le sue ville che sembrano chiuse in un eterno presente di lusso e isolamento, accentua questa sensazione di un potere che si nutre di miti e di silenzi, e che solo apparentemente si è adeguato ai tempi moderni.

A completare il quadro ci pensa la riflessione, emersa dalle interviste al cast, sugli stereotipi legati alla mafia e al crimine organizzato, che The Gentlemen prova a sovvertire senza mai cadere nella retorica o nel moralismo. Se da un lato la serie non rinuncia a certi elementi di spettacolarità, dall'altro sembra voler ricordare che la vera violenza del potere è spesso quella più silenziosa, quella che si consuma in una riunione di famiglia o in un passaggio di eredità, piuttosto che in una sparatoria.

I personaggi di The Gentlemen sanno bene che il vero nemico non è sempre quello che ti punta una pistola addosso, ma può essere il vicino di tavolo che ti sorride mentre sta già tramando per rubarti tutto. E in questo gioco di specchi, l'Italia di Ritchie guarda a quella di Sorrentino, ma con un occhio più ironico e disincantato, come se il regista inglese volesse prendere in prestito la bellezza dei nostri paesaggi e dei nostri archetipi per raccontare la sua personale versione del potere, fatta di battute fulminanti e di colpi di scena che arrivano quando meno te li aspetti.

Una scommessa, quella della seconda stagione, che sembra aver pagato, se è vero che il pubblico italiano sta rispondendo con entusiasmo a questa versione così particolare del nostro paese, vista attraverso la lente di uno dei registi più eclettici del panorama contemporaneo.

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