L'Italia torna paese di emigrazione, con 152 mila partenze nel 2023

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre il dibattito pubblico si concentra spesso sugli arrivi via mare, un fenomeno strutturale e di più lunga durata continua a caratterizzare il panorama nazionale: l'emigrazione. Secondo quanto emerge dal 49esimo rapporto Ocse "Prospettive sulle migrazioni internazionali 2025", presentato a Parigi, nel 2023 hanno lasciato l'Italia ben 152 mila cittadini, un flusso che, rimanendo stabile, ridisegna l'identità del paese da destinazione a punto di partenza. Molti di loro, come evidenziato dai dati, hanno scelto di trasferirsi in altre nazioni europee, con Spagna e Germania in testa, alla ricerca di opportunità professionali e condizioni di vita che il mercato del lavoro interno fatica ormai a garantire. Questo movimento, che si affianca a un calo degli ingressi di migranti di lungo termine, dipinge un quadro complesso della mobilità italiana, dove la fuga dei cervelli e delle forze lavoro si intreccia con le dinamiche dell'immigrazione.

Il volto dell'immigrazione in Italia: arrivi in calo e segregazione settoriale

Parallelamente al fenomeno emigratorio, l'Ocse fotografa un contesto di accoglienza in trasformazione: nel 2024, l'Italia ha registrato l'ingresso di 169.000 nuovi migranti di lungo termine o permanenti, un dato che segna un calo significativo, pari al 16%, rispetto all'anno precedente. Le provenienze principali, in questo caso, si attestano su Ucraina, Albania e Romania, a testimonianza di rotte consolidate e di crisi geopolitiche vicine. La composizione di questi flussi in entrata, che l'organizzazione internazionale analizza nel dettaglio, rivela come la maggior parte di essi – il 61% – sia costituita da ricongiungimenti familiari, seguiti dal 23% di persone ammesse per libera circolazione, dal 10% per motivi professionali e da un residuale 5% per ragioni umanitarie.

La disparità salariale: i lavoratori migranti e il divario retributivo

Il rapporto, che dedica un intero capitolo all'integrazione lavorativa e al ruolo delle aziende in quindici paesi, non trascura di sottolineare una criticità profonda del sistema italiano: la condizione dei lavoratori migranti, i quali, nonostante la loro indispensabilità in settori chiave come l'agricoltura, la manifattura, la ristorazione e l'assistenza agli anziani, sperimentano una forma di marginalizzazione economica. Questi lavoratori, essenziali per il funzionamento di interi comparti produttivi, si trovano infatti confinati in occupazioni e in aziende che offrono livelli retributivi risicati, quando non del tutto insufficienti. La conseguenza di questa segregazione settoriale, che il documento mette nero su bianco, è un divario salariale che raggiunge picchi del 45% in meno rispetto ai colleghi italiani, un dato che parla da solo riguardo alle difficoltà di una reale integrazione economica.

Il doppio binario del mercato del lavoro italiano

Quello che si delinea, attraverso l'analisi dell'Ocse, è un mercato del lavoro che funziona su un doppio binario, dove da un lato si assiste alla partenza di migliaia di cittadini, spesso giovani e qualificati, e dall'altro all'arrivo di forza lavoro straniera, la quale, pur sopperendo a carenze manifatturiere e di servizi, viene sistematicamente indirizzata verso impieghi poco retribuiti e con scarse prospettive di avanzamento. Questo meccanismo, che crea una sorta di limbo per i migranti – indispensabili ma al tempo stesso discriminati – finisce per alimentare un circolo vizioso di sfruttamento e disparità, il cui costo sociale ed economico grava sull'intera struttura produttiva del paese, senza che si intravedano, al momento, correttivi strutturali in grado di riequilibrare una situazione tanto consolidata.

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