Google apre il Play Store agli store rivali: dal 22 luglio cambia tutto per Android negli Stati Uniti

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   La lunga e complessa battaglia legale tra Google e la società di videogiochi Epic Games, che ha tenuto banco nelle aule giudiziarie statunitensi per anni, si è conclusa con un epilogo a sorpresa che ridisegna in modo profondo l'ecosistema delle applicazioni Android. Le due parti, che avevano raggiunto un accordo per modificare le severe misure imposte dal tribunale, hanno infatti deciso di ritirare congiuntamente la loro proposta, lasciando così in vigore l'ingiunzione originale del giudice James Donato.

Questo significa che, a partire dal 22 luglio 2026, Google sarà obbligata a compiere un passo che fino a poco tempo fa appariva impensabile: ospitare e distribuire negozi di applicazioni concorrenti direttamente all'interno del suo Google Play Store, ma esclusivamente per il mercato statunitense.

Come si è arrivati allo store-in-store

Per comprendere appieno la portata di questo terremoto normativo è necessario riavvolgere il nastro e ripercorrere le tappe dello scontro tra i due colossi. La scintilla che ha dato origine a questa lunga disputa risale al 2020, quando Epic Games introdusse all'interno del popolarissimo Fortnite un sistema di pagamento diretto per l'acquisto della valuta di gioco, i V-Bucks, aggirando in tal modo la commissione del 30% imposta dal Play Store.

La mossa, considerata una chiara violazione delle policy, portò alla rimozione del gioco dal negozio di Google e all'avvio di una causa legale in cui Epic accusava la società di Mountain View di gestire in modo anticoncorrenziale un ecosistema che si dichiarava aperto. A differenza di quanto accaduto in un analogo contenzioso con Apple, la giuria diede ragione a Epic, sancendo che Google aveva abusato della sua posizione dominante per scoraggiare la diffusione di store alternativi.

Nell'ottobre 2024, il giudice James Donato emise un'ingiunzione permanente che imponeva a Google una serie di misure correttive per ripristinare la concorrenza nel mercato della distribuzione di app su Android. Tra le soluzioni più drastiche, figlia di un'analisi indipendente commissionata dal giudice all'economista del MIT Nancy Rose che giudicava l'accordo tra le parti insufficiente, vi era proprio l'obbligo di ospitare store rivali all'interno del Play Store, garantendo loro l'accesso all'intero catalogo di applicazioni disponibili, e di aprire i sistemi di pagamento a soluzioni esterne.

Dopo mesi di trattative e tentativi di trovare una via d'uscita meno impattante, alla fine del 2025 Google ed Epic avevano raggiunto un'intesa alternativa per introdurre dei "Registered App Store", negozi che gli utenti avrebbero dovuto installare manualmente tramite sideload, cioè con un processo di installazione esterno e più complesso.

Tuttavia, il giudice Donato non si è mai mostrato convinto della bontà di questa soluzione, tanto che era stata fissata un'udienza per discuterne proprio il 16 luglio; un'udienza che, di fatto, non si è mai tenuta poiché le due aziende hanno preferito ritirare la richiesta di modifica, spianando la strada all'applicazione integrale dell'ingiunzione originale.

Il Play Catalog Access Program e le nuove regole

Per gestire questa apertura forzata, Google ha ufficialmente lanciato il "Play Catalog Access Program", un programma che consentirà agli store di applicazioni di terze parti con sede negli Stati Uniti di accedere e distribuire le app presenti nel catalogo del Play Store. In pratica, un utente americano potrà scaricare un negozio concorrente, come ad esempio l'Epic Games Store o lo Xbox Game Store di Microsoft, direttamente dal Play Store, come se si trattasse di una qualsiasi altra applicazione.

Una volta installato, all'interno di questo nuovo marketplace troverà la stragrande maggioranza delle app e dei giochi presenti sul Play Store ufficiale, a meno che uno sviluppatore non abbia scelto espressamente di escludere le proprie creazioni da questa distribuzione tramite opt-out.

L'accesso a questa opportunità non sarà, tuttavia, né gratuito né incondizionato. Il tribunale ha infatti autorizzato Google a richiedere una commissione annuale di 5.000 dollari a carico di ogni store terzo che intenda aderire al programma, una cifra destinata a coprire i costi per le verifiche di sicurezza e la conformità alle policy.

L'azienda di Mountain View ha inoltre imposto una serie di requisiti stringenti per preservare l'integrità dell'ecosistema: gli store rivali potranno operare esclusivamente sul territorio statunitense, dovranno essere aperti a tutti gli sviluppatori e, condizione che potrebbe rivelarsi particolarmente ostica per le realtà più piccole, dovranno garantire che meno dell'1% dei tentativi di installazione delle loro applicazioni sia riconducibile a malware, pena l'espulsione dal programma.

Il download delle app, infine, avverrà sempre tramite l'infrastruttura di Google Play, e le commissioni di servizio continueranno ad applicarsi come per qualsiasi altro download effettuato dal negozio ufficiale.

Due pesi e due misure per l'ecosistema Android

La novità più eclatante per gli utenti statunitensi, che a breve vedranno comparire nei loro Play Store una serie di marketplace alternativi, è destinata a creare una netta spaccatura nella gestione globale di Android. Mentre negli Stati Uniti i negozi concorrenti faranno il loro ingresso trionfale nel negozio ufficiale, per il resto del mondo, Europa e Italia comprese, Google continuerà a seguire la strada dei Registered App Store, che richiedono un'installazione manuale tramite sideload e non godranno dell'accesso di default al catalogo del Play Store.

Questa duplice strategia, confermata dalla dichiarazione del portavoce di Google Dan Jackson che ha parlato di una decisione per non prolungare un processo che crea incertezza e per concentrarsi sull'evoluzione del modello di business globale, sottolinea come la casa di Mountain View abbia scelto di adeguarsi alla lettera dell'ingiunzione del tribunale statunitense, senza estenderne la portata in via volontaria ad altri mercati.

La domanda che molti si pongono ora è se questa apertura forzata negli Stati Uniti possa rappresentare un precedente in grado di influenzare le scelte delle autorità di regolamentazione di altri Paesi, come quelle dell'Unione Europea che già con il Digital Markets Act guardano con attenzione al controllo di Google su Android.

Il banco di prova, però, non sarà tanto la comparsa degli store rivali all'interno del Play Store, quanto la loro effettiva adozione da parte del grande pubblico, abituato da anni a fare affidamento sul negozio ufficiale come unico e principale punto di accesso alle applicazioni. La vera sfida, per i nuovi arrivati, sarà convincere gli utenti a cambiare le proprie abitudini e a scegliere un marketplace alternativo, in un ecosistema che, nonostante la frammentazione teorica, ha sempre trovato nel Play Store il suo centro nevralgico indiscusso.

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