Nainggolan e quelle notti da prigioniero a Trigoria. Poi l’affondo sugli arbitri: “Per questo non sono mai andato alla Juve”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è un filo diretto, pare di capire, tra le notti trascorse a Trigoria sotto il controllo di Luciano Spalletti e quella sensazione, radicata negli anni, di un’ingiustizia patita sulla propria pelle. Radja Nainggolan, 37 anni, oggi al Patro Eisden nella seconda divisione belga, è tornato a parlare nel podcast di Sportium.fun e lo ha fatto, come sua natura pretende, senza rifugiarsi nei convenevoli o in quelle frasi fatte che troppo spesso popolano i dopopartita. Il centrocampista belga, uno che in carriera ha incantato e spaccato il giudizio della critica proprio per il suo stile di vita ai limiti dell’ortodossia calcistica, ha riavvolto il nastro degli anni migliori, quelli della Roma e dell’incontro con un allenatore che lui stesso definisce il più forte mai avuto. E quel rapporto, fatto di fiducia e controllo, emerge nitido dall’aneddoto che racconta: Spalletti, in una sorta di clausura volontaria per il suo pupillo, lo chiuse per una settimana nel centro sportivo. Lui dormiva nella camera accanto e, puntuale fino alle dieci e mezza di sera, passava a controllare che il belga non si fosse calato da una finestra per evadere. “Forse era una punizione, forse una partita importante – ha spiegato Nainggolan – ma alla fine giocai male lo stesso. Era meglio lasciarmi libero”.

“Il genio di Siviglia? Un finto amico. Scelsi l’Inter per non incrociarlo più”

Se con Spalletti il legame resta intatto, e lo si evince dalle parole con cui lo descrive (“La sua visione di calcio era scritta sulla mia pelle”), ben diverso è il discorso per Monchi, l’allora direttore sportivo spagnolo che ne decretò l’addio alla Roma. Nainggolan non usa mezzi termini e lo definisce, con quel sarcasmo che lo contraddistingue, “il genio di Siviglia”. Una figura, quella di Monchi, che secondo il racconto del belga voleva smantellare la squadra costruita da Sabatini per farne una propria, e nel farlo non esitò a mettere sul mercato proprio lui. La scoperta, avvenuta mentre era in vacanza e contattato da intermediari turchi, scatenò la reazione del giocatore: “Gli dissi che avrei deciso io dove andare – ha raccontato Naingoolan – ma che non sarei riuscito a salutarlo tutti i giorni. Lui voleva fare il finto amico, e io con gente così non ci convivo”. La scelta cadde sull’Inter, non tanto per un desiderio prioritario, ma come soluzione per allontanarsi da un clima diventato invivibile: “Quando mi chiesero se fossi contento di essere all’Inter, risposi che ero più triste per essere andato via dalla Roma”.

Arbitri e Juventus: quel rigore inesistente e la sensazione di una disparità

Il cuore pulsante dell’intervista, però, batte altrove. Batte su quella rivalità viscerale con la Juventus che Nainggolan ha sempre incarnato, e che ora trova una motivazione più profonda del semplice campanilismo. Il centrocampista, infatti, motiva il suo no secco ai bianconeri – e non ci furono mai trattative serie, lo sottolinea – con una questione arbitrale che dice di aver vissuto in prima persona. Il primo episodio risale ai tempi del Cagliari, in occasione dell’inaugurazione dello Juventus Stadium, quando un rigore definito “inesistente” venne concesso ai padroni di casa. Poi, il passaggio alla Roma non fece che cristallizzare quella percezione: “Alla prima partita allo Stadium perdemmo 3-2 con due rigori fuori area – ha dichiarato senza tentennamenti –. Lo hanno visto tutti, era la verità. Solo che io ho il coraggio di dirlo, e gli altri no”. Una sensazione, la sua, che non si limita alla mera invidia sportiva, ma che affonda le radici in un concetto più ampio: “A me piaceva Football Manager, ma non prendevo mai la squadra più forte. Alla Roma se vinci uno scudetto fai festa per vent’anni, alla Juve devi vincerlo ogni anno. È un sentimento diverso”.

Pogba e il confronto: “Ai miei tempi forti come me ce n’erano due. Io ero più di lui”

Nell’intervista fiume, della durata di oltre un’ora e mezza secondo quanto riportato da alcuni media -5, Nainggolan ha trovato spazio anche per tracciare una gerarchia tecnica di quel periodo, e lo ha fatto con la consueta spavalderia. Interrogato sul livello dei centrocampisti della sua epoca, il belga non ha esitazioni: “Forte come me, in Serie A, ce n’erano forse due. Solo Vidal e Daniele De Rossi”. E poi, il nome che scatena il paragone: Paul Pogba. “Ero più forte di lui – ha sentenziato –. Lui ha fatto solo tre anni buoni in carriera. Io non mi sono mai infortunato gravemente”. Un’autovalutazione che si lega al suo stile di vita, spesso criticato: “Mi dicevano che senza bere e fumare avrei potuto giocare nel Real Madrid. Ma senza la mia vita non avrei avuto la mia felicità, e non avrei reso come ho reso”. Una filosofia, la sua, che lo ha portato a giocare una semifinale di Champions con uno strappo nel polpaccio, come ha ricordato, e che ora lo proietta verso una nuova carriera: quella di allenatore. “A vedere quello che c’è in giro – ha concluso – credo di poterlo fare”.

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