Il divano che si fa ufficio e la casa che si reinventa: il design secondo il Salone di Milano

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è chi lo chiama semplicemente “divano angolare” e chi, invece, preferisce la definizione più tecnica di “sistema d’arredo a 360 gradi”. Ma al di là della nomenclatura, quello che emerge con chiarezza dall’ultima edizione del Salone del Mobile – tradizionale vetrina delle eccellenze mondiali del settore – è un cambiamento profondo, quasi antropologico, nel modo di concepire le stanze che abitiamo. La kermesse milanese, come spesso accade, non si è limitata a esporre poltrone e tavolini; ha offerto una sorta di radiografia sociologica, captando segnali deboli che ormai sono diventati tendenze consolidate. Tra questi, uno su tutti domina la narrazione: la progressiva erosione dei confini tra spazi domestici e funzioni lavorative, un fenomeno che ha accelerato vertiginosamente negli ultimi anni.

“Uno shift molto importante nella percezione dello spazio domestico – spiega Carola Bestetti, ceo di Living Divani – è arrivato con la pandemia, perché col fatto che le persone si sono trovate costrette in casa, le ha portate a capire cosa fosse funzionale o non funzionale”. La frase, pronunciata durante un incontro con la stampa specializzata, riassume un passaggio epocale: la quarantena forzata ha agito come un gigantesco laboratorio gratuito, nel corso del quale ognuno ha potuto testare sul campo i limiti del proprio appartamento. Ne è derivata una domanda esplicita di polifunzionalità, con lo studio-ufficio che invade il soggiorno e il divano che, da oggetto deputato al riposo e allo svago, si trasforma in postazione operativa. I modelli esposti in fiera lo testimoniano: braccioli che diventano scrivanie, piani d’appoggio integrati, vani portaoggetti che nascondono cavi e dispositivi elettronici.

La settimana del design come laboratorio diffuso

Il Fuorisalone, ormai, è diventato un organismo così fluido da travolgere letteralmente la città. Non ci si limita più ai tradizionali distretti come Brera o Tortona; la vera sorpresa, quest’anno, è stata la capacità di valorizzare luoghi insoliti, spesso dimenticati. Si pensi alla villa di Franco Albini, che ha ospitato l’installazione di Alcova insieme all’Ospedale Militare di Baggio, oppure all’appartamento progettato da Osvaldo Borsani in via Bigli, scelto da Interni Venosta per la propria collezione. Palazzi storici e fabbriche dismesse, piazze e loft privati: ogni spazio, insomma, è stato riconvertito in un palcoscenico temporaneo, dando vita a un intreccio continuo tra produzione industriale e progetti sperimentali. È proprio in questi contesti ibridi che si è manifestata con più evidenza la tendenza a ripensare le metrature, con un’attenzione particolare agli angoli morti. Il divano a 360 gradi, per esempio, non è soltanto un vezzo estetico: risponde all’esigenza di sfruttare ogni centimetro, in un’epoca in cui gli spazi, soprattutto nei grandi centri urbani, restano un bene prezioso e spesso scarso.

Lusso, arte e fine dining: il colosso americano sbarca a Milano

Ad aprire le danze di questa edizione particolarmente vivace è stata una coppia di star del calibro di Zoe Saldana e Margot Robbie, avvistate all’inaugurazione della RH Gallery Milan. Si tratta di un colosso distribuito su sette piani, un concept store (se così si può definire) che mescola senza soluzione di continuità arredamento di lusso, opere d’arte e ristorazione di alto livello, il cosiddetto “fine dining”. L’arrivo di questo marchio dagli Stati Uniti rappresenta di per sé un segnale, perché conferma l’interesse crescente degli investitori internazionali per la manifestazione milanese. L’abito dorato di Zoe Saldana – accompagnato da un make-up en pendant dai medesimi bagliori e da un’acconciatura a ballerina bun che le incorniciava il volto senza pari – è stato uno degli scatti più virali della settimana, quasi a simboleggiare quella luce mediatica che il design italiano riesce ancora a proiettare su chi lo sceglie.

Dalle installazioni agli appartamenti privati, la città si ribalta

Produrre un elenco esaustivo di tutto ciò che si è visto sarebbe un’impresa vana, tanto è stata densa la programmazione. Tuttavia, alcuni elementi ricorrenti meritano di essere sottolineati. Il primo è la contaminazione tra generi: non esiste più una netta separazione tra chi disegna un mobile e chi concepisce un’installazione effimera. Il secondo è la riscoperta della manualità, quasi in reazione all’iper-tecnologismo degli ultimi decenni. Non mancano, in questo quadro, i progetti che rileggono la tradizione in chiave contemporanea, come quelli presentati negli appartamenti privati di alcuni celebri architetti del Novecento. Visitare quelle stanze significa compiere un viaggio nel tempo, ma – ed è questa la vera abilità dei curatori – senza la pesantezza del museo, bensì con la leggerezza di una casa ancora vissuta, o quantomeno rievocata con affetto filologico. Così, tra un salotto trasformato in ufficio e un divano che diventa isola felice per lo smart working, Milano ha dimostrato ancora una volta di saper leggere il presente: un presente in cui le pareti di casa non sono più barriere, ma superfici modulabili, pronte ad accogliere ogni nuova funzione che la vita quotidiana – con le sue pieghe impreviste – ci chiederà di adattare.

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