L’escalation in Iraq: droni su Erbil e Bassora nel conflitto allargato tra Iran, Israele e Stati Uniti

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notte di venerdì scorso, un attacco con droni ha preso di mira l’hotel Rotana Arjaan nel cuore di Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno, un episodio che, sebbene non abbia provocato vittime, segna un’ulteriore escalation nella guerra che oppone Iran, Israele e Stati Uniti, e che ormai dilaga ben oltre i confini persiani. L’incursione nel centro cittadino, secondo fonti di sicurezza locali, sarebbe solo uno dei molteplici attacchi coordinati: altri due velivoli senza pilota, infatti, sarebbero stati diretti contro una base militare statunitense nei pressi dell’aeroporto internazionale di Erbil, mentre un terzo avrebbe centrato il quartier generale di un gruppo di opposizione curdo-iraniano. Non è un caso che l’ambasciata americana a Baghdad, poche ore prima, avesse diffuso un allarme tramite i propri canali social, mettendo in guardia i cittadini statunitensi sulla possibilità che milizie filo-iraniane potessero colpire strutture ricettive frequentate da stranieri nella regione autonoma, raccomandando, a chi non avesse intenzione di lasciare immediatamente il paese, di riconsiderare con attenzione le proprie scelte di alloggio. La scia di sangue e distruzione, però, non si è fermata alla capitale curda; nel primo pomeriggio dello stesso giorno, il sud dell’Iraq è stato teatro di una violenta ondata di attacchi. Una fonte della sicurezza irachena ha riferito all’AFP che quattro droni hanno colpito l’aeroporto di Bassora e due distinti impianti petroliferi nella regione, tra cui il complesso di Burjesia, dove hanno sede compagnie energetiche straniere. In quell’occasione, due dei droni sono stati abbattuti, ma un terzo è riuscito a centrare il bersaglio, in una strategia che sembra mirata a destabilizzare le infrastrutture critiche del paese e a colpire gli interessi occidentali.

Il collasso della rete elettrica e il peso dell’instabilità

A complicare ulteriormente un quadro già drammatico, si inserisce il collasso totale della rete elettrica nazionale, un blackout che mercoledì sera ha gettato nell’oscurità tutte le province irachene. Il ministero dell’Energia, in una nota, ha attribuito l’interruzione a un improvviso calo delle forniture di gas presso la centrale di Rumaila, sempre nella provincia di Bassora, un guasto tecnico che ha causato una perdita istantanea di 3000 megawatt e il conseguente "collasso di tensione" in diverse unità di generazione. Sebbene le autorità abbiano subito attivato le squadre per il ripristino delle linee e degli impianti, l’episodio è la spia di una fragilità strutturale endemica: l’Iraq, segnato da decenni di conflitti, rimane pericolosamente dipendente dal gas iraniano per alimentare le proprie centrali, una dipendenza che, in momenti di crisi come quello attuale, si trasforma in una vera e propria arma di ricatto geopolitico. Già nei giorni precedenti, la regione curda aveva subito interruzioni di corrente dopo che un importante giacimento di gas aveva sospeso le operazioni per ragioni di sicurezza, dimostrando come le ostilità in corso abbiano un impatto diretto e immediato sulla vita quotidiana della popolazione.

La minaglia sui gruppi curdi e la tensione al confine

Parallelamente agli attacchi contro obiettivi economici e civili, la raffica di raid ha preso di mira anche le basi dei partiti di opposizione curdo-iraniani, storicamente stanziati nel nord dell’Iraq e considerati da Teheran una minaccia esistenziale. Secondo quanto dichiarato da un esponente del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (PDKI), le loro postazioni sono state bersaglio di nuovi attacchi da parte di quello che hanno definito "il nemico iraniano", in un crescendo di violenza che sembra voler prevenire qualsiasi iniziativa da parte di questi gruppi. L’ipotesi di un loro coinvolgimento diretto nel conflitto, magari con un’incursione di terra in territorio persiano, aveva cominciato a circolare dopo alcune indiscrezioni stampa, tanto da costringere il governo regionale del Kurdistan a smentire categoricamente qualsiasi piano di infiltrazione, ribadendo la propria estraneità a qualsiasi campagna che possa aggravare le tensioni regionali. Eppure, la risposta iraniana è stata immediata e minacciosa: il ministero dell’Intelligence ha rivendicato di aver "distrutto" o gravemente danneggiato gran parte delle infrastrutture dei gruppi separatisti lungo il confine occidentale, mentre fonti militari hanno avvertito che tutte le strutture del Kurdistan iracheno potrebbero diventare bersaglio qualora dai loro territori partissero azioni ostili.

La testimonianza da Erbil: italiani in fuga e chi resta

In questo scenario di crescente insicurezza, il racconto di chi vive e lavora sul posto restituisce la dimensione umana di una guerra sempre più vicina. Ruggero Guanella, un ingegnere di Bormio che dal 2013 opera in Kurdistan per la sua azienda di progettazione, ha assistito dagli occhi di casa agli sciami di droni che ogni mattina, puntuali, cercano di colpire la base americana e il consolato degli Stati Uniti a Erbil. "Ieri ne sono arrivati sette, ma uno di questi è finito fuori controllo ed è caduto nei pressi di una chiesa nel quartiere cristiano della città", ha raccontato, descrivendo una situazione in cui le esplosioni sono ormai parte del paesaggio quotidiano. Guanella, che si definisce "l’italiano più anziano a lavorare qui", in questi giorni si è adoperato per organizzare la logistica del rientro di molti connazionali, tra lavoratori e volontari di Ong, riusciti a mettersi in salvo grazie anche al suo impegno. Nonostante il pericolo, lui ha scelto di rimanere fino all’ultimo, seguendo i lavori in un cantiere ormai ridotto all’osso, in attesa di capire se anche lui, finalmente, potrà tentare la fuga via terra verso la Turchia. La sua testimonianza, raccolta mentre le difese aeree della coalizione abbattevano droni sui cieli di Erbil, fotografa l’attesa e l’incertezza di una popolazione che si sente ostaggio di un conflitto più grande di lei, mentre missili e velivoli senza pilota continuano a cadere, indifferenti ai confini tracciati dall’uomo.

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