La mappa del rischio zecche: casi in aumento e il nuovo allarme delle città
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Redazione Salute
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La morte di Gianna Sommavilla, la settantaseienne di Moena deceduta all'ospedale Santa Chiara di Trento a causa di un'encefalite fulminante contratta dopo il morso di una zecca, ha restituito drammatica attualità a un fenomeno spesso relegato ai margini dell'attenzione pubblica. La puntura, risalente all'8 giugno e avvenuta nei pressi della sua abitazione a Ziano di Fiemme, aveva inizialmente indotto i sanitari dell'ospedale di Cavalese ad avviare una profilassi d'urgenza, rivelatasi però vana di fronte alla progressione inarrestabile dell'infezione.
Trasferita in elicottero nel capoluogo trentino il 20 giugno, la donna non ha retto all'attacco del virus, che ha causato danni cerebrali irreversibili, portandola al decesso dopo un mese di agonia.
Il peso epidemiologico di un parassita in espansione
Il caso di Ziano di Fiemme non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in un trend epidemiologico che gli esperti definiscono in preoccupante ascesa. I dati relativi all'encefalite da zecca (TBE) parlano chiaro: i casi sono più che triplicati in pochi anni, passando dai 21 del 2020 ai 67 del 2025, una cifra che gli infettivologi ritengono comunque essere una stima per difetto, considerando la quota di episodi non segnalati o non diagnosticati correttamente.
In Trentino, secondo quanto dichiarato dalla direttrice del Dipartimento di Prevenzione dell'Azienda provinciale per i servizi sanitari, Mariagrazia Zuccali, dall'inizio dell'anno si sono già registrati sette casi di infezione da Tbe, di cui due hanno sviluppato la forma encefalitica e uno, purtroppo, ha avuto esito letale.
Dai boschi ai giardini: il nuovo fronte urbano
A complicare il quadro, e a sfatare il luogo comune che vede le zecche confinate ai sentieri di montagna, arriva un allarme che riguarda le aree urbane, e in particolare i parchi cittadini. Un recente progetto di ricerca dell'Università di Torino ha acceso i riflettori su una diffusione dei parassiti negli spazi verdi delle città piemontesi, dove la presenza di bambini rappresenta un fattore di vulnerabilità aggiuntivo.
L'analisi di oltre 1170 zecche prelevate da esseri umani tra il 2019 e il 2023 ha evidenziato che quasi il 40 per cento dei casi riguardava minori di 18 anni, e che una quota significativa di questi parassiti era risultata positiva per agenti patogeni come Rickettsia spp. e Borrelia burgdorferi. Questo dato, che emerge da un'area tradizionalmente considerata a rischio come le valli alpine, suggerisce la necessità di riconsiderare il perimetro del pericolo, che si sta progressivamente avvicinando ai centri abitati.
Un'assenza di monitoraggio che pesa sulla prevenzione
La crescente incidenza di malattie come la borreliosi di Lyme e l'encefalite da zecca, favorite dall'allungamento delle stagioni calde e da inverni più miti, si scontra con una carenza strutturale di dati sul campo. Come ha sottolineato l'entomologo Luciano Toma dell'Istituto Superiore di Sanità, in Italia manca un sistema di monitoraggio delle zecche su scala nazionale, un'attività costosa che impedisce di tracciare con certezza l'evoluzione della loro distribuzione geografica.
In assenza di una mappatura aggiornata, l'unico strumento di difesa rimane la prevenzione individuale: l'uso di repellenti, abiti chiari e coprenti durante le escursioni, e la minuziosa ispezione della pelle al rientro, unitamente alla rimozione tempestiva del parassita con una pinzetta, senza schiacciarlo. Per i residenti delle aree più endemiche, come il Trentino e il Friuli, la vaccinazione contro la TBE rimane la scelta più efficace per scongiurare gli esiti più gravi di un'infezione che, in una piccola percentuale di casi, si rivela ancora fatale.




