Il governo più longevo? La stabilità non basta, tra riforme mancate e polemiche che non servono
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Redazione Interno
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Se c’è un dato statistico che Giorgia Meloni ha potuto legittimamente rivendicare – e lo ha fatto, sia pure parlando di “responsabilità” più che di traguardo – è la longevità del suo esecutivo: 1.288 giorni a Palazzo Chigi, uno scarto di poco superiore alle 124 giornate che lo separano dal record assoluto, quello del secondo governo Berlusconi.
Eppure, come spesso accade quando si analizzano i numeri a freddo, la durata non coincide automaticamente con l’efficacia; anzi, proprio mentre la premier annotava sul suo diario politico questo risultato di longevità repubblicana, lo scenario reale delle politiche pubbliche restituiva l’immagine di un’azione di governo più preoccupata a gestire l’emergenza che a lasciare un solco profondo nel solco delle riforme strutturali. ildubbio +3
Le tre scommesse costituzionali che non hanno preso il via
Il centrodestra, va ricordato, era partito con il favore delle urne forte di un programma che puntava tutto su tre pilastri istituzionali: la riforma del premierato, l’autonomia differenziata e una revisione organica della giustizia.
Ciascuna di queste, però, a distanza di oltre tre anni dall’insediamento, si è rivelata una corsa ostacolo finita in un vicolo cieco.
L’autonomia differenziata, cavallo di battaglia leghista che avrebbe dovuto ridefinire il rapporto tra centro e periferia, si è arenata di fronte alle resistenze del sistema delle Regioni e ai dubbi di costituzionalità sollevati da più parti.
Il premierato, pensato per stabilizzare la vita politica, è finito nel dimenticatoio, e con esso anche il so capitolo della giustizia: nonostante le promesse di separazione delle carriere, il cantiere resta fermo.
Non sono misure – ha osservato più di un analista – che metti il pane in tavola, ma di certo sono quelle con cui il governo aveva promesso di cambiare la macchina dello Stato. ilmessaggero +3
Una stabilità che nasconde un’assenza di indirizzo
La fotografia che arriva dalla maggioranza è quella di un esecutivo che galleggia piuttosto che remare.
A mettere nero su bianco questa percezione ci hanno pensato i numeri della manovra finanziaria, rivelatasi più un esercizio di galleggiamento che uno strumento di visione: poche scelte strutturali, tante micro-misure, un continuo rinvio delle decisioni scomode.
È il classico paradosso per cui la durata dell’esecutivo, in assenza di un'agenda che incida sulla realtà, diventa solo una misura del tempo trascorso, non del valore aggiunto prodotto.
Anzi, proprio quando si guarda al fronte economico, la sensazione è quella di una "botte vuota", in cui le promesse di intervento si infrangono contro la carenza cronica di risorse. ilfaroonline +3
La polemica che offusca il confronto: il caso Giannini e il limite delle parole
Nel dibattito pubblico – quello vero, che si fa in televisione e si riversa sui social – il cortocircuito tra longevità e inefficacia ha generato scintille pericolose. L’episodio più eloquente in questo senso riguarda il giornalista Massimo Giannini, ospite da Giovanni Floris a “DiMartedì”.
Nel tentativo di ridimensionare la narrativa meloniana incentrata sulla durata del governo, Giannini ha scelto una metafora tanto azzardata quanto infelice, paragonando la condizione di un esecutivo che non decolla a quella di chi, come Alex Zanardi, vive sulla sedia a rotelle.
"Se passi 20 anni su una sedia a rotelle è inutile vivere", ha affermato il giornalista, estendendo il paragone all’operato di Palazzo Chigi. ilmessaggero +3
A prescindere dalla legittimità o meno della critica politica – che può e deve essere aspra, pungente, persino affilata – c’è un limite che non dovrebbe mai essere varcato: non si può trasformare la disabilità, la vecchiaia o la fragilità fisica in una metafora del fallimento politico. Le reazioni non si sono fatte attendere.
In particolare, la pagina social ufficiale di Fratelli d’Italia ha colto la palla al balzo per stigmatizzare le frasi, accusando Giannini di aver insultato i disabili pur di attaccare l’esecutivo.
Che ci sia o meno una strumentalizzazione politica della polemica, il nocciolo della questione resta l’uso di un linguaggio che, oltre a essere profondamente irrispettoso verso chi vive determinate condizioni di fragilità, non aggiunge nulla alla sostanza del dibattito.
Perché una critica strutturale al governo, per essere efficace, non ha bisogno di camminare su un filo così sottile e crudele. editorialedomani +3
L’assenza delle riforme e il peso della contingenza
A chiudere il cerchio di questo stato dell’arte provvedono i fronti aperti dall’attualità. La politica estera, un tempo cavallo di battaglia della premier grazie a quella "particolare amicizia" con Donald Trump – che siede ormai da oltre un anno alla Casa Bianca – ha subito una brusca frenata.
Il voltafaccia del tycoon ha costretto Meloni a reinventarsi una posizione nel concerto europeo, senza più quella protezione privilegiata su cui aveva scommesso. Intanto, sul piano interno, i dossier scottanti come il caro energia, l’inflazione e il nodo delle carceri restano lì, in attesa di risposte che non sono ancora arrivate.
Il governo più longevo della storia repubblicana, insomma, rischia di restare nei libri di statistica senza lasciare alcuna traccia nei libri di storia, inchiodato alla fragilità della contingenza e all’incapacità di trasformare la resilienza in riforma. ildispariquotidiano +3




