Verbania, rider in rivolta dopo l'ampliamento delle zone di consegna

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La denuncia, che emerge con la forza di un grido strozzato, arriva da un ventenne di Verbania, Filippo Testi, studente di Storia e rider per necessità, il quale descrive senza mezzi termini uno scambio che definisce "affatto equo": mettere a rischio la propria incolumità per consegnare un panino da sei euro, muovendosi di notte, lungo strade buie e ghiacciate, in balia degli algoritmi di un'app. La sua testimonianza, che parla di una sorta di moderna schiavitù digitale, non è un caso isolato ma il segnale più eloquente di una protesta organizzata che sta montando nella cittadina sul Lago Maggiore, dove i fattorini della piattaforma Deliveroo hanno dichiarato lo stato di agitazione attraverso la Cgil.

Un territorio troppo vasto, compensi troppo bassi

Il cuore della vertenza, che ha riacceso i riflettori sulle condizioni spesso precarie del lavoro nella gig economy, risiede nella recente e unilaterale decisione della piattaforma di ampliare in modo considerevole l'area di consegna. Se prima l'attività si concentrava prevalentemente nel nucleo urbano di Verbania, ora i rider possono essere dirottati dall'algoritmo verso località distanti come Cannobio, costringendoli a percorrere, tra andata e ritorno, quasi cinquanta chilometri lungo la statale trafficata, o verso paesi come Stresa e Belgirate, quest'ultimo al confine con la provincia di Novara. Una dilatazione geografica che, come sottolineano molti, trasforma radicalmente la natura del lavoro e i mezzi necessari per svolgerlo, rendendo la bicicletta elettrica, per molti l'unico strumento a disposizione, del tutto inadeguata e pericolosa.

La matematica insostenibile della sopravvivenza

A rendere insostenibile la situazione è il confronto, stridente e amaro, tra lo sforzo richiesto e la remunerazione riconosciuta. I compensi, che partono da una base di tre euro e trentotto centesimi a consegna, non tengono conto delle distanze chilometriche imposte dal nuovo sistema; così, può accadere di impegnare un'ora e mezza del proprio tempo, affrontando percorsi impervi e condizioni atmosferiche avverse, per guadagnare poco più di sette euro. Una tariffa piatta, calcolata a corriere e non a chilometro, che non copre neppure lontanamente i costi crescenti del carburante per chi è costretto a usare un motorino o un'auto, divenuti ormai necessari, né tantomeno retribuisce il rischio fisico e lo logoramento psicologico. "Qui la bici non basta e i costi aumentano", sintetizza amaro uno di loro, evidenziando il paradosso di un lavoro che, mentre promette flessibilità, impone di fatto spese e pericoli non compensati.

La protesta si organizza oltre le singole denunce

La reazione dei rider verbanesi non si è limitata alla condivisione di frustrazioni individuali sui social network, ma ha preso la forma di un'azione collettiva e strutturata. Aver "fatto squadra", come riportano, è stato il passo fondamentale per passare dalla rassegnazione alla vertenza ufficiale. Il ricorso alla Cgil e la proclamazione dello stato di agitazione rappresentano la volontà di contrattare da una posizione di maggior forza, cercando di rinegoziare i termini di un servizio che, ampliando a dismisura il raggio d'azione, ha di fatto stravolto gli equilibri, già precari, del mestiere. La loro battaglia, che evoca questioni più ampie di diritti e tutele nel settore delle consegne, si concentra dunque su un obiettivo concreto: ridefinire i confini logistici ed economici di un'attività che non può essere retta da logiche puramente algoritmiche, indifferenti alla geografia reale e alla sicurezza di chi pedala.

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