La tragedia di New York, la manovra disperata e il racconto di chi è sopravvissuto

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La nebbia, fitta come un muro, avvolgeva già da ore il LaGuardia Airport quando il volo Air Canada Express 8646, proveniente da Montreal, ha iniziato la manovra di avvicinamento. Era poco prima della mezzanotte di domenica – un orario in cui la visibilità ridotta trasforma ogni operazione in un esercizio di precisione chirurgica – quando il Bombardier CRJ900, con settantadue passeggeri e quattro membri dell’equipaggio a bordo, si è scontrato sulla pista con un camion dei vigili del fuoco. L’impatto, le cui dinamiche sono ora al centro dell’inchiesta affidata al Federal Aviation Administration, ha prodotto un bilancio che porta i segni di una furia incontrollabile: i due piloti, a bordo della cabina di comando, hanno perso la vita; una quarantina di persone, invece, sono rimaste ferite, alcune delle quali trasportate d’urgenza negli ospedali della metropoli. Ma tra le lamiere contorte che compongono il muso del velivolo, ormai irriconoscibile, si fa strada il racconto di chi quella morte l’ha sfiorata eppure è qui a testimoniarlo, attribuendo la propria salvezza a quella che viene definita un’ultima, disperata manovra eroica.

Il gesto estremo e la scia di acciaio contorto

Secondo le prime ricostruzioni, supportate dai tracciati radar e dai frammenti audio diffusi dalle autorità, l’aereo stava completando la fase di atterraggio quando si è trovato il mezzo antincendio improvvisamente sulla traiettoria. In quei secondi – che per i settantasei occupanti devono essere parsi un’eterna, interminabile sospensione – chi si trovava ai comandi ha tentato una virata secca, una deviazione dal percorso standard che ha strappato il carrello e squarciato la fusoliera, ma che forse ha evitato un impatto frontale di ben altra violenza. I passeggeri sopravvissuti lo raccontano con una concitazione che ancora trema nella voce: si è sentito il rombo dei motori che cambiava tonalità, un sobbalzo violento, poi il lacerarsi del metallo. È proprio a quel gesto, eseguito nell’istante fatale in cui la nebbia riduceva il campo visivo a pochi metri, che viene imputata la possibilità di avere ancora qualcuno da trarre dalle lamiere.

I due giovani ai comandi

Antoine Forest, trent’anni, e il suo copilota – la cui identità completa è emersa solo nelle ore successive al dramma – rappresentavano il volto giovane e discreto di una professione che chiede coraggio silenzioso. Forest, stando a quanto si può intuire dai pochi indizi lasciati in rete, non amava la vetrina social; il suo profilo Instagram conteneva solo quattro fotografie, e in una di queste, leggendo un commento, si percepiva quasi una certa riluttanza di fondo verso l’obbligo di condividere. Quello che invece aveva scelto di mostrare era il senso profondo della propria esistenza: immagini legate al volo, alla cabina di pilotaggio, a quella felicità concreta e tecnica che solo chi guida un aereo può comprendere. Lui e il suo collega, stando alle testimonianze raccolte tra i superstiti, sono stati gli ultimi a restare lucidi prima che la pista diventasse un campo di macerie.

Il dispositivo dei soccorsi e il conteggio dei feriti

Le operazioni di soccorso, coordinate nonostante il caos e la visibilità precaria, hanno visto la mobilitazione immediata delle squadre di emergenza presenti nello scalo. Complessivamente, il numero di persone che hanno richiesto cure ospedaliere ha toccato quota quarantuno, un dato che include passeggeri estratti dai sedili dislocati, membri dell’equipaggio rimasti coinvolti nel contraccolpo e alcuni stessi operatori del soccorso intervenuti tra i detriti. I mezzi di informazione americani hanno puntato i riflettori sulla mole dell’intervento, sottolineando come l’incidente – avvenuto in una delle infrastrutture più congestionate della costa orientale – abbia messo a dura prova i protocolli di sicurezza. Le registrazioni audio ottenute dalla Federal Aviation Administration restituiscono il clima di quelle fasi immediatamente successive all’impatto: voci che si sovrappongono, richieste di supporto, e quell’attesa angosciosa che precede il primo bilancio. Ma se il dolore per la perdita dei due piloti rimane il tratto più doloroso della vicenda, tra i superstiti si è radicata la consapevolezza che, senza quella virata fuori manuale, forse nessuno avrebbe avuto la forza di raccontarlo.

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