Tumore al pancreas, al Gemelli la prima "colla radioattiva" iniettata nel tumore non operabile
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Redazione Salute
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Per la prima volta al mondo una paziente affetta da adenocarcinoma duttale del pancreas localmente avanzato e non operabile è stata trattata iniettando direttamente all'interno della massa tumorale una speciale colla biologica radioattiva. La procedura è stata eseguita nei giorni scorsi presso la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma, segnando l'avvio della fase clinica di una sperimentazione internazionale che punta a trasformare un tumore storicamente refrattario alle cure in una malattia potenzialmente aggredibile con il bisturi.
Come funziona la colla radioattiva
Il dispositivo utilizzato si chiama YntraDose ed è prodotto dalla start up italiana BetaGlue Therapeutics, partecipata dalla Fondazione Tech e Biomedical. Si tratta di un radiofarmaco composto da microsfere di Ittrio-90, un radionuclide che emette radiazioni beta, inglobate in una matrice adesiva che le stabilizza all'interno del tessuto tumorale. La procedura, definita di radioterapia percutanea, non richiede incisioni chirurgiche: un ago sottile viene introdotto attraverso la parete addominale sotto guida ecografica o TAC, e veicola il preparato radioattivo direttamente nella lesione.
L'irradiazione resta così confinata al volume tumorale, riducendo l'esposizione dei tessuti sani circostanti.
La preparazione avviene nella radiofarmacia della Medicina Nucleare, dove una dose di circa 80 MBq di Ittrio-90 viene caricata in una siringa insieme alla matrice adesiva in un volume di appena 0,25 ml. Il radiofarmaco deve essere utilizzato entro tre ore dalla preparazione per garantire efficacia e sicurezza. La paziente, una donna di 63 anni, è stata sottoposta a anestesia locale con minima sedazione; l'intervento è durato un'ora e non ha prodotto complicanze post operatorie.
I controlli PET-TAC effettuati a 24 ore e a 7 giorni dalla procedura hanno confermato la corretta deposizione del radiofarmaco all'interno del pancreas, senza dispersione né captazione in aree indesiderate.
Un problema clinico irrisolto
Il tumore del pancreas resta una delle neoplasie a prognosi più infausta. In Italia si registrano ogni anno circa 14.000 nuove diagnosi, e la sopravvivenza a cinque anni si attesta tra l'8 e l'11%. La ragione principale di questi numeri risiede nella difficoltà di una diagnosi precoce: non esistono screening dedicati, e solo il 10-15% dei pazienti risulta operabile al momento della scoperta della malattia.
Una quota consistente, pari a circa un terzo di tutti gli adenocarcinomi pancreatici, viene invece diagnosticata in uno stadio definito localmente avanzato: il tumore non ha ancora prodotto metastasi a distanza, ma coinvolge vasi sanguigni e strutture anatomiche in modo tale da rendere l'intervento chirurgico troppo rischioso o tecnicamente impraticabile.
Per questi pazienti lo standard terapeutico è rappresentato dalla chemioterapia neoadiuvante, somministrata prima dell'eventuale chirurgia con l'obiettivo di ridurre il volume tumorale e creare le condizioni per un'asportazione successiva. Si tratta però di una strategia che funziona solo in un paziente su tre, lasciando una larga fascia di casi privi di alternative efficaci. È in questo vuoto terapeutico che si inserisce la sperimentazione avviata al Gemelli.
Il trial internazionale
La procedura rientra in uno studio multicentrico in aperto che coinvolge centri in Italia, Belgio e Gran Bretagna. Il principal investigator è Giampaolo Tortora, direttore del Comprehensive Cancer Center della Fondazione Policlinico Gemelli, mentre l'esecuzione della procedura è stata curata da Roberto Iezzi, direttore della radiologia interventistica della stessa struttura. Il Policlinico Gemelli è l'unico centro italiano coinvolto nella sperimentazione, che valuta sicurezza ed efficacia di YntraDose come trattamento neoadiuvante aggiunto alla chemioterapia standard.
L'obiettivo dichiarato è duplice: ottenere un miglior controllo locale della malattia e aumentare le probabilità di accesso alla chirurgia per una popolazione di pazienti che oggi dispone di opzioni limitate. Il trial prevede l'arruolamento di dieci pazienti e prosegue con l'attivazione di nuovi trattamenti.
Il ruolo della preparazione farmaceutica
Un elemento distintivo della procedura è la gestione del radiofarmaco. L'Ittrio-90, già impiegato nel trattamento di alcune neoplasie epatiche, viene qui utilizzato per la prima volta in ambito pancreatico. La sua combinazione con una matrice adesiva ne consente la ritenzione all'interno del tumore, evitando che le microsfere radioattive migrino verso altre sedi. La preparazione avviene in radiofarmacia sotto la supervisione della Medicina Nucleare, e la siringa pronta all'uso viene trasportata nel luogo dell'intervento per essere impiegata in tempi rapidi.
La procedura è stata realizzata grazie alla collaborazione tra radiologi interventisti, medici nucleari, fisici sanitari per la gestione della dose e radioterapisti, che hanno seguito la paziente prima e dopo il trattamento.
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