Sei Paesi europei contro il progetto di insediamento E1: “Inaccettabile”
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Redazione Esteri
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La tensione tra Israele e alcuni dei suoi tradizionali partner europei si è fatta sempre più serrata nelle ultime ore, dopo che sei Paesi del Vecchio Continente hanno ufficialmente bollato come "inaccettabile" il piano di espansione degli insediamenti nella zona nota come E1, a est di Gerusalemme.
In una dichiarazione congiunta diffusa ieri, 20 agosto, le cancellerie di Roma, Londra e Parigi, insieme ad altri tre Stati membri, hanno espresso una netta contrarietà alla pubblicazione dei bandi di gara per la costruzione di nuove unità abitative nell'area, un progetto che, va ricordato, era già stato oggetto di accesi dibattiti diplomatici in passato e che ora riemerge con prepotenza nell'agenda internazionale.
Il diritto internazionale, sottolineano i firmatari del documento, è chiaro nel definire gli insediamenti israeliani in Cisgiordania illegali, e le imprese interessate a partecipare a queste gare d'appalto farebbero bene a valutare con attenzione le conseguenze di un eventuale coinvolgimento, anche in termini di responsabilità legale e reputazionale, prima di prendere qualsiasi decisione.
L'area E1 e le sue implicazioni strategiche
Il progetto di insediamento denominato E1, acronimo che indica una specifica zona pianificata a est di Gerusalemme, è considerato dagli analisti uno dei più delicati tra quelli promossi dal governo israeliano, per le sue ricadute sulla continuità territoriale palestinese e per la sua posizione strategica, che di fatto andrebbe a saldare Gerusalemme con il grande insediamento di Ma'ale Adumim, creando un cuneo che renderebbe estremamente difficile, se non impossibile, la creazione di uno Stato palestinese con confini geograficamente coerenti.
Si tratta di un progetto di cui si discute da decenni, rimasto a lungo in sospeso per le pressioni internazionali e per le sue evidenti implicazioni politiche, ma che ora sembra aver ricevuto un'accelerazione decisiva da parte delle autorità israeliane, le quali hanno pubblicato i bandi di gara nonostante le ripetute avvertenze provenienti da più parti del mondo.
La dichiarazione dei sei Paesi europei, che comprende alcune delle nazioni storicamente più vicine a Israele, rappresenta quindi un segnale forte e inequivocabile di come la percezione di queste operazioni stia mutando anche all'interno dell'alleanza occidentale, con un tono che lascia poco spazio a interpretazioni ambigue.
Il fronte diplomatico si allarga: Turchia e Libano
Lo scenario mediorientale si presenta però estremamente frammentato e non si esaurisce certo nella questione degli insediamenti, perché proprio in queste stesse ore si sono registrati altri sviluppi di rilievo che contribuiscono ad aumentare la pressione sul governo di Benjamin Netanyahu.
Da una parte, la Turchia ha emesso un mandato di arresto nei confronti del premier israeliano in relazione al caso della Flotilla del 2010, quel sanguinoso episodio in cui le forze speciali israeliane avevano fermato una nave diretta a Gaza, causando la morte di cittadini turchi, e per il quale Ankara aveva già rotto le relazioni diplomatiche con Israele per diversi anni; dall'altra, il presidente libanese Joseph Aoun, in visita in Vaticano, ha chiesto esplicitamente al Papa e ai funzionari della Santa Sede di intensificare gli sforzi diplomatici affinché Israele rispetti gli accordi
Sottoscritti lo scorso 26 giugno sotto l'egida degli Stati Uniti, ponendo fine alle aggressioni quotidiane che colpiscono i villaggi del sud del Libano, le infrastrutture e i civili. Questi due fronti, sebbene distinti e con motivazioni diverse, contribuiscono a creare un clima di crescente isolamento per Israele sul piano internazionale, anche se è doveroso ricordare che la risposta dell'ufficio del primo ministro israeliano non si è fatta attendere e ha bollato il mandato turco come un atto di natura politica e provocatoria, respingendo al mittente le accuse di Ankara.
La risposta israeliana e le reazioni incrociate
La dura dichiarazione diffusa dall'ufficio di Netanyahu contro la Turchia e il presidente Recep Tayyip Erdogan, in un contesto già reso infuocato da un recente attacco israeliano in Siria e dalle conseguenti tensioni militari, dimostra come la reazione di Israele sia stata immediata e per nulla conciliante.
Per quanto riguarda invece la questione palestinese, la posizione dei sei Paesi europei è stata accolta con altrettanto fastidio a Gerusalemme, dove i funzionari governativi hanno ribadito il diritto di Israele a costruire nei territori che considerano parte integrante della propria nazione, senza farsi condizionare da pressioni esterne che giudicano pretestuose e scollegate dalla realtà dei fatti.
Nel frattempo, sul terreno, la tensione ha già prodotto conseguenze drammatiche con la morte di un diciassettenne palestinese in Cisgiordania, un episodio che ha ulteriormente inasprito gli animi e che rischia di innescare una nuova spirale di violenza in un'area già segnata da decenni di conflitti e di reciproche incomprensioni.
La comunità internazionale, e in particolare i firmatari della dichiarazione di ieri, osservano con apprensione l'evolversi della situazione, consapevoli che il progetto E1 potrebbe rappresentare un punto di non ritorno per qualsiasi soluzione negoziata basata sul principio dei due Stati, un obiettivo che appare ormai sempre più lontano e che le recenti mosse del governo israeliano rischiano di vanificare definitivamente.
Il ruolo dell'Italia e l'incontro di Taranto
In questo quadro complesso, l'Italia ha cercato di ritagliarsi un ruolo di mediatore, come dimostra l'incontro tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente libanese Joseph Aoun, nel corso del quale la premier italiana ha ribadito la disponibilità del nostro Paese a facilitare il dialogo e a sostenere tutti gli sforzi diplomatici volti a ridurre le tensioni.
L'incontro, che si è svolto a margine di un evento a Taranto, è stato letto da molti osservatori come un tentativo di mantenere aperto un canale di comunicazione privilegiato con Beirut, in un momento in cui le relazioni tra i due Paesi sono messe a dura prova dalle incursioni israeliane sul territorio libanese, ma anche come un modo per ribadire la posizione dell'Italia sulla questione degli insediamenti, in sintonia con quanto già espresso nella dichiarazione congiunta di ieri.
Il fatto che la diplomazia italiana abbia scelto di agire su due binari paralleli, da un lato la ferma condanna del progetto E1 e dall'altro la disponibilità a mediare con i Paesi arabi, rivela una strategia che punta a mantenere un equilibrio delicato, cercando di non precludere nessuna opzione futura e di preservare la credibilità dell'Europa come attore politico in una regione dove gli interessi geopolitici si intrecciano in modo sempre più intricato e dove ogni passo falso rischia di avere conseguenze incalcolabili.
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