Il gioco di parole, la censura e i binari: Renzi contro Meloni tra “sfascismo” e manifesti vietati
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Redazione Interno
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La scena, per chiunque abbia attraversato Roma Termini o Milano Centrale in questi giorni, era quasi surreale: accanto ai tabelloni che segnalavano ritardi e cancellazioni, ecco spuntare i caratteri cubitali di un’altra epoca. “QVANDO C’ERA LEI i treni arrivavano in ritardo”, recitavano quei manifesti ispirati graficamente al Ventennio, lanciati da Italia Viva per la campagna del 2x1000. Un azzardo comunicativo calibrato al millimetro, questo, che giocava – come ammesso dallo stesso Matteo Renzi – sulla memoria storica del “quando c’era lui” (Benito Mussolini) per rovesciarla contro l’attuale inquilina di Palazzo Chigi. E se l’intenzione dichiarata era quella di irridere i risultati del governo, la reazione a catena che ne è seguita ha trasformato quella che poteva essere una semplice provocazione elettorale in un vero e proprio caso politico, con strascichi giudiziari annunciati e accuse di violazione costituzionale.
La scintilla, come spesso accade in questi casi, è scattata dalle colonne di un quotidiano nazionale. La Stampa, infatti, aveva inizialmente raccontato di una premier “furiosa”, arrivando persino a ipotizzare riunioni d’emergenza in Ferrovie dello Stato e pressioni sul ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, per rimuovere quegli slogan scomodi. Secondo quella ricostruzione, il malumore di Giorgia Meloni sarebbe stato tale da innescare un tam-tam istituzionale, culminato con la richiesta – arrivata a Renzi dalla società Grandi Stazioni Retail – di modificare i contenuti della campagna pubblicitaria se si voleva rinnovare l’autorizzazione.
Tuttavia, a complicare il quadro è arrivata la voce diretta della presidente del Consiglio. In una lettera inviata proprio al quotidiano torinese, Meloni ha prontamente smentito ogni forma di “furia” o di intervento diretto, definendo anzi la trovata del rivale “molto efficace dal punto di vista comunicativo”. “Non è vero che la campagna di Italia Viva mi ha irritato – ha scritto la premier –, così come non è vero che qualcuno a Palazzo Chigi abbia chiesto spiegazioni al Mit”. Un dietrofront apparente, o forse una semplice operazione di maquillage istituzionale, che però non ha fermato la macchina degli eventi: perché mentre i vertici del partito di maggioranza negavano qualsiasi ingerenza, dalla società che gestisce gli spazi pubblicitari arrivava la doccia fredda.
Italia Viva, dal canto suo, non ha perso tempo e ha alzato immediatamente il tiro. Il tesoriere Francesco Bonifazi ha parlato senza mezzi termini di “censura”, paventando una “palese violazione degli articoli 21 e 68 della Costituzione” (quelli che tutelano la libertà di espressione e l'insindacabilità delle opinioni politiche) e annunciando battaglie legali in tutte le sedi. Il partito di Renzi, insomma, rifiuta di ritoccare il messaggio pubblicitario, che pure era stato concepito come un’arma ironica a tempo determinato. E la situazione è diventata ancora più paradossale quando la stessa Meloni, forse per accreditarsi come leader liberale o forse per mettere in difficoltà l’ex premier, ha suggerito pubblicamente che “la campagna di Italia Viva non dovrebbe essere toccata e dovrebbe proseguire così com’è”.
Ma al di là dei giochi di potere, l’elemento di maggiore interesse – quello che trasforma questa vicenda in un episodio di cronaca giudiziaria e politica insieme – risiede nella definizione coniata da Renzi. Replicando alla premier attraverso le colonne de La Stampa, il leader di Iv ha infatti chiarito il distinguo: “Non è fascista, per nulla: al massimo è sfascista, visti i risultati”. Una sottigliezza linguistica, quest’ultima, che sposta l’accusa dal piano ideologico (quello dei richiami al Ventennio) a quello dei dati economici, con un riferimento esplicito al crollo dei salari reali e al debito pubblico che, secondo la sua analisi, sarebbe peggiorato sotto l’attuale esecutivo. E mentre il pendolare qualunque, fermo in stazione, cerca di decifrare il senso di quella guerra a colpi di cartelloni, i riflettori restano accesi sulla sorte dei manifesti: rimarranno o verranno oscurati?
La strategia del “2x1000” e l’inciampo della comunicazione
L’occasione per questa offensiva, non va dimenticato, è la raccolta fondi per il finanziamento dei piccoli partiti. La campagna del “2x1000” è spesso un terreno minato per le forze politiche minori, costrette a inseguire il clamore per non scomparire dai radar, e in questo caso l’operazione è riuscita fin troppo bene: i giornali ne parlano, i social impazzano, e persino l’avversaria è costretta a commentare. Tuttavia, l’alibi di Renzi – che in più di un’occasione ha rivendicato la propria “formazione umanistica” (liceo classico e laurea in Giurisprudenza) per giustificare la sua scarsa dimestichezza con numeri e percentuali – qui viene messo da parte. Qui non si tratta di economia, ma di semiotica visiva. L’utilizzo della “V” al posto della “U” nei cartelli (“QVANDO”) non è un errore, ma una citazione precisa del linguaggio littorio, e questo ha reso la stoccata molto più tagliente di un semplice attacco sui ritardi ferroviari.
Il nodo della censura privata tra stazioni e palazzi
Se è vero che Giorgia Meloni ha negato qualsiasi telefonata a Salvini, rimane il fatto oggettivo che Grandi Stazioni Retail, la società esterna al gruppo FS che gestisce gli spazi, ha effettivamente chiesto la modifica dei contenuti. E qui il dettaglio diventa giuridico: chi ha dato l’ordine? Se fosse stata una semplice scelta aziendale autonoma per evitare “contenuti divisivi”, si tratterebbe di una normale clausola contrattuale; se invece fosse emersa una pressione occulta dal governo, l’accusa di censura avanzata da Italia Viva avrebbe un peso specifico ben diverso. Per ora, dalla società non è arrivata una motivazione ufficiale che non sia quella della corretta gestione degli spazi commerciali, ma il semplice sospetto ha già spinto il partito di Renzi a preparare un’interrogazione parlamentare e a parlare di “fine dell’impero”. Un’esagerazione retorica, certo, ma efficace per mantenere alta l’attenzione mediatica.
Quando la memoria storica diventa un’arma spuntata
Proprio qui, però, si annida la contraddizione più profonda che rischia di minare l’efficacia della trovata. L’assunto popolare per cui “con Mussolini i treni arrivavano in orario” è, come noto agli storici, più un mito propagandistico che una realtà fattuale (molti treni erano spesso in ritardo, ma la stampa dell’epoca non lo raccontava). Utilizzare questa narrazione per attaccare Meloni significa, paradossalmente, riconoscere una qualche virtù (seppur leggendaria) al regime fascista che si vorrebbe evocare come spauracchio. Renzi, per uscire da questo paradosso, ha tentato la carta del “gioco ironico”, scrivendo che “non stiamo dando del fascista a nessuno, stiamo dicendo che il governo è sfascista”. Ma per molti osservatori – come si legge nelle cronache – la distinzione risulta troppo sottile per un elettorato che vede quei manifesti mentre scende dal vagone in ritardo; il danno all’immagine della premier c’è stato, e la reazione scomposta (o la mancata reazione) dell’apparato di governo ne ha solo amplificato la portata.
Meta Description: Scontro politico sui manifesti di Italia Viva nelle stazioni. Renzi attacca Meloni con lo slogan “Quando c’era lei”, lei smentisce la furia ma scoppia il caso censura sui cartelli.




