Raid razzisti a Termini, la “caccia all’uomo” dei tre giovani con lo sfollagente e il ‘Mein Kampf’ sul comodino
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Redazione Interno
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Si chiama “caccia all’uomo” l’ipotesi investigativa che la Digos di Roma ha ricostruito minuziosamente nelle ultime ore, un termine che evoca scene di violenza cieca e premeditazione. I fatti, avvenuti nella notte del 7 febbraio scorso, hanno come teatro la zona intorno alla Stazione Termini, luogo di transito e, per molti, estremo rifugio. I protagonisti di questa storia sono tre giovanissimi – di cui uno ancora minorenne – finiti sotto inchiesta per una serie di aggressioni a sfondo razziale che, secondo quanto emerso dalle indagini coordinate dalle procure di Roma, non hanno avuto un movente occasionale, ma una matrice ideologica ben precisa.
Gli investigatori della Digos sono partiti da una denuncia – quella sporta da un cittadino nigeriano – per poi scandagliare le immagini delle telecamere di sorveglianza, trovando infine il bandolo della matassa: un’auto in sosta che percorreva a vuoto le vie del quartiere Esquilino. A bordo, il terzetto armato di uno sfollagente telescopico e di una spranga, pronto a scendere in azione. L’obiettivo, raccontano gli atti, era selezionato in modo del tutto casuale ma con un identikit preciso: doveva essere una persona di origine extracomunitaria, possibilmente senza fissa dimora. Un branco, quello descritto dalla polizia, che agiva indisturbato nella notte, colpendo con violenza per poi dileguarsi nel buio tra risate e pacche sulle spalle.
L’ideologia dell’odio e il rituale della violenza
Ciò che aggrava la posizione dei tre indagati – due dei quali risultati appartenenti alla compagine giovanile di un’organizzazione militante nell’estrema destra – non è solo la ferocia dei colpi, ma la cornice simbolica che li accompagnava. Durante le perquisizioni domiciliari, gli agenti non hanno trovato soltanto i vestiti sporchi di sangue usati durante il raid o l’arma del delitto: hanno rinvenuto una copia del ‘Mein Kampf‘, il manifesto del nazionalsocialismo, accanto a materiale propagandistico inneggiante alla ideologia neonazista.
Non è un dettaglio secondario, se si considera che il minorenne del gruppo – già gravato da precedenti specifici per apologia del fascismo – era stato denunciato lo scorso anno per aver deturpato con una svastica la Sinagoga di via Garfagnana. La notte del 7 febbraio, quindi, non rappresenterebbe un episodio di “ordinaria follia”, ma la messa in pratica di un manifesto d’odio: cinque aggressioni consumate in poche ore, una sequenza impressionante di pestaggi interrotta solo dal sopraggiungere improvviso di alcuni passanti durante l’ultimo assalto.
L’ombra di ‘Arancia meccanica’ e le vittime invisibili
Il modus operandi – la caccia notturna, la scelta a caso della preda, l’uso di spranghe – ha immediatamente richiamato alla mente la violenza distopica del film di Kubrick, un paragone che calza a pennello per descrivere l’assurdità e la gratuità delle botte inflitte. I tre, infatti, non cercavano soldi o oggetti di valore; il loro unico scopo era “cacciare via” chi ritenevano indegno di condividere il loro spazio urbano. Le vittime di questa escalation, peraltro, sono rimaste allo stato ignote: senzatetto e migranti che, per la loro condizione di fragilità estrema e di invisibilità sociale, non si sono ancora costituiti parte civile né hanno sporto denuncia, se non in un unico caso.
La loro memoria, quindi, è affidata solo alle immagini dei sistemi di videosorveglianza e alla ricostruzione degli inquirenti. Quattro degli assalti sono passati sotto silenzio, assorbiti daldegrado della movida notturna; solo l’ultimo, interrotto da alcuni passanti, ha lasciato una traccia visibile nella routine della stazione.
La misura cautelare e le contestazioni giudiziarie
Per il maggiorenne e il suo complice, entrambi affiliati all’estrema destra militante, la posizione processuale è pesante: deferiti in stato di libertà, rispondono di lesioni personali aggravate dall’odio razziale e porto abusivo di armi od oggetti atti ad offendere. Diversa, e forse più stringente, la situazione del minorenne. Per lui, il tribunale dei minori ha deciso l’applicazione della misura cautelare del collocamento in comunità, un segnale forte che tiene conto non solo della gravità delle aggressioni fisiche, ma della pericolosità sociale espressa attraverso i simboli totalitari.
Il quadro che emerge dalle carte dell’inchiesta è quello di un terrorismo di quartiere, una violenza parametriata e fredda che non ha nulla da invidiare a quella dei grandi atti criminali. I tre giovani – che nella vita comune probabilmente frequentavano la scuola o i circoli sportivi – nella notte si trasformavano in cacciatori, dimostrando come l’odio razziale possa annidarsi anche dietro atteggiamenti apparentemente normali. L’indagine della Digos ha troncato sul nascere quella che, a tutti gli effetti, era diventata una spedizione punitiva seriale, restituendo centralità a un principio giuridico fondamentale: l’aggravante della discriminazione trasforma ogni pugno, ogni manganellata, in un attentato alla dignità umana e alla sicurezza collettiva.




