Dunque, dove eravamo rimasti? Il caso Tortora, tra errori giudiziari e carriere parallele
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Fu un arresto che spaccò in due l’Italia, quella del 17 giugno 1983, quando Enzo Tortora, il volto sorridente e rassicurante di Portobello, venne prelevato dai carabinieri nella sua casa romana con un’accusa infamante: quella di essere un boss della Nuova Camorra Organizzata, un trafficante di droga al soldo di Raffaele Cutolo. Le immagini del conduttore ammanettato, trasmesse ininterrottamente dai telegiornali, con i polsi mostrati ai fotografi come fosse un trofeo, impressero nella mente degli italiani un’idea di colpevolezza che nessuna sentenza successiva sarebbe riuscita a cancellare del tutto. L’intero castello accusatorio, emersero poi durante il processo, poggiava sulle dichiarazioni di pentiti che si rivelarono mentitori, e su un’agendina nella quale il nome del paese “Tortona” era stato letto e interpretato come il cognome del presentatore, in una sequela di errori e di leggerezze che trasformarono la vita di un uomo in un incubo lungo quattro anni -2-6.
Se la vicenda giudiziaria di Enzo Tortora rappresenta ancora oggi il simbolo più cupo dell’errore giudiziario italiano, l’analisi di ciò che accadde dopo la sua definitiva assoluzione, nel 1987, aggiunge un ulteriore strato di amarezza alla vicenda. Mentre il conduttore lottava contro il cancro che lo avrebbe stroncato l’anno seguente, e tentava faticosamente di riannodare i fili di una carriera spezzata, i magistrati che quel calvario gli avevano inflitto percorrevano invece, per la maggior parte, una serena e lineare carriera. Il procuratore Felice Di Persia, colui che ordinò il blitz, divenne in seguito procuratore capo a Nocera Inferiore e membro del Consiglio Superiore della Magistratura, mentre il suo collega Lucio Di Pietro arrivò a ricoprire la carica di procuratore generale a Salerno -3. Luigi Sansone, il giudice che firmò la sentenza di condanna in primo grado, venne addirittura promosso presidente di una sezione penale della Corte di Cassazione, un destino professionale che stride violentemente con quello dell’uomo che aveva contribuito a dichiarare colpevole senza prove -1-3.
A distanza di oltre quarant’anni da quei fatti, la riflessione sul “caso Tortora” continua a interrogare non solo il mondo della giustizia, ma anche quello dell’informazione e dell’opinione pubblica. La macchina del fango, alimentata da fughe di notizie e da un clima di sospetto generalizzato, funzionò così bene che persino intellettuali del calibro di Corrado Augias, come lui stesso ha recentemente confessato alla figlia Gaia nel corso di una trasmissione televisiva, furono sfiorati dal dubbio che “qualcosa ci dovesse essere” -5. La forza stritolante di quell’accanimento giudiziario e mediatico riuscì a offuscare il principio fondamentale della presunzione di innocenza, trasformando un uomo perbene in un mostro agli occhi di molti. Non è un caso che Leonardo Sciascia, tra i pochi intellettuali a schierarsi fin da subito dalla parte di Tortora, paragonò il castello accusatorio a un castello di sabbia destinato a sgretolarsi, ma ormai il danno d’immagine era stato fatto -4.
Il prezzo di una vita e le carriere parallele
Nel racconto di questa ferita aperta nella coscienza civile del Paese, emerge con prepotenza la disparità di trattamento tra la vittima e i rappresentanti dello Stato che quel tragico errore lo avevano commesso. Enzo Tortora, una volta tornato in libertà e definitivamente scagionato, provò a riprendere in mano la propria esistenza e il proprio lavoro. Il suo ritorno in video con la celebre frase “Dunque, dove eravamo rimasti?” rappresentò un momento di altissima televisione e di resilienza umana -2. Dietro quel sorriso, però, c’era un uomo provato nel fisico e nello spirito, che morì a soli cinquantanove anni, portando con sé nella tomba una copia della Storia della Colonna Infame di Alessandro Manzoni, quasi a voler sigillare un parallelo storico con un’altra ingiustizia -3. Nel frattempo, la maggior parte dei magistrati che lo avevano perseguitato continuò a esercitare le proprie funzioni, spesso ottenendo incarichi di prestigio, senza che nessuno chiedesse loro conto di quegli errori e di quelle negligenze che una sentenza passata in giudicato aveva così chiaramente messo in luce.
Il referendum e la responsabilità (mancata) dei magistrati
La battaglia di Enzo Tortora non si fermò alla sua riabilitazione personale, ma assunse i contorni di una vera e propria lotta politica e civile per la riforma della giustizia. Eletto al Parlamento europeo per il Partito Radicale, utilizzò la sua popolarità e la sua credibilità per promuovere un referendum che introducesse la responsabilità civile per i magistrati, affinché nessuno potesse più sentirsi autorizzato a sbagliare impunemente. L’esito del voto dell’8 novembre 1987 fu plebiscitario: l’ottanta per cento dei cittadini si espresse a favore dell’abrogazione della legge che limitava quella responsabilità -9. Un segnale chiarissimo che il Parlamento, però, tradì quasi immediatamente, approvando una nuova normativa che di fatto svuotò il principio referendario, rendendo la rivalsa nei confronti del magistrato un’ipotesi remota e difficilmente praticabile. Ancora oggi, a distanza di decenni, quella legge rimane un monumento all’autoreferenzialità di una casta, e il sacrificio di Tortora, la sua speranza che quel calvario potesse servire a cambiare le cose, rischia di essere stato, come lui stesso temeva, solo un’illusione -3-9.
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