Il cuore nel box di plastica e il ghiaccio secco: cosa non torna nel trapianto sbagliato al bimbo di Napoli
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Redazione Interno
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Il referto, impietoso nella sua chiarezza clinica, parla di un’infezione in atto, di un’emorragia cerebrale e di un progressivo, inesorabile declino funzionale che ha ormai compromesso reni e polmoni. Per i medici del Bambino Gesù di Roma, Rachele Adorisio e Lorenzo Galletti, che guidano rispettivamente la cardiologia e la cardiochirurgia dei trapianti, non ci sono margini di intervento: il bambino di due anni e mezzo ricoverato al Monaldi di Napoli non è più candidabile per un nuovo trapianto. Un parere, quello degli specialisti romani, che si scontra frontalmente con la posizione dell’equipe che lo ha operato il 23 dicembre scorso, la quale sostiene invece che il piccolo sia ancora in lista d’attesa e, almeno tecnicamente, trapiantabile. Uno scontro tra valutazioni mediche che aggiunge un ulteriore, doloroso tassello a una vicenda giudiziaria già complessa, al centro della quale ci sono un organo danneggiato e sei sanitari iscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Napoli.
I nodi dell’inchiesta: il trasporto e il contenitore sotto sequestro
La procura, con il pm Giuseppe Tittaferrante della sezione “Lavoro e colpe professionali” coordinata dal procuratore aggiunto Antonio Ricci, sta cercando di ricostruire l’intera catena degli eventi che ha portato all’impianto di un cuore ormai compromesso. L’ipotesi accusatoria, al momento limitata al reato di lesioni colpose, ruota attorno a un errore nella fase di conservazione dell’organo, prelevato dall’équipe dell’ospedale San Maurizio di Bolzano dove un bambino di quattro anni, Moritz, era morto il 22 dicembre dopo un tragico annegamento nella piscina di Curon Venosta. I genitori del piccolo, in un gesto di estrema generosità, avevano acconsentito alla donazione, ma qualcosa, durante il trasporto verso Napoli, è andato storto. L’organo, secondo quanto ricostruito, sarebbe stato riposto in un comune contenitore di plastica e non in un box tecnologico idoneo a mantenere la temperatura costante; al suo interno, al posto del ghiaccio normale, sarebbe stato inserito del ghiaccio secco, la cui bassissima temperatura avrebbe letteralmente “bruciato” il tessuto cardiaco, rendendolo inutilizzabile. I carabinieri del Nas hanno sequestrato quel contenitore, che sarà ora sottoposto a perizia tecnica per verificare eventuali anomalie o violazioni dei protocolli che impongono un range termico ben preciso, tra i 2 e i 4 gradi, per la conservazione degli organi.
L’operazione andata avanti nonostante tutto e la mancata informazione alla famiglia
Il nucleo più oscuro dell’inchiesta, quello che trasforma un errore sanitario in una vicenda dai contorni quasi inverosimili, riguarda però quanto avvenuto una volta che il cuore danneggiato è giunto a destinazione. Il bambino, affetto da una cardiomiopatia dilatativa e in lista d’attesa da tempo, era già stato preparato per l’intervento e il suo cuore malato era stato espiantato. A quel punto, secondo la denuncia presentata dalla famiglia tramite l’avvocato Francesco Petruzzi, i chirurghi si sarebbero trovati di fronte a un bivio: procedere con l’impianto di un organo che sapevano essere compromesso o richiudere il torace del piccolo in attesa di un nuovo cuore, con rischi altissimi. Scelsero di procedere. Ai genitori, in un primo momento, venne semplicemente detto che il trapianto era stato effettuato ma che il cuore nuovo non funzionava; la madre, Patrizia, avrebbe appreso dalla lettura di un quotidiano, giorni dopo, che l’organo era arrivato danneggiato dal trasporto. Un’omissione informativa che getta un’ombra pesante sulla trasparenza dell’operato dei sanitari, già sospesi dall’attività trapiantologica dall’azienda ospedaliera dei Colli.
Le condizioni del piccolo e il braccio di ferro sul secondo trapianto
Da 55 giorni, ormai, il bambino è attaccato a un macchinario per il supporto vitale ECMO, in coma farmacologico, e le sue condizioni, lungi dal stabilizzarsi, peggiorano ogni giorno compromettendo ulteriormente gli altri organi. È in questo quadro disperato che si inserisce la richiesta di un parere esterno, quello del Bambino Gesù, che ha risposto con una sentenza di non operabilità che di fatto condanna il piccolo ad attendere un miracolo senza poter più fare affidamento sulla scienza chirurgica. Dall’altra parte, i medici del Monaldi che lo hanno operato, e che ora sono indagati, continuano a sostenerne la trapiantabilità, alimentando un conflitto che il legale della famiglia ha definito “molto strano”. Un conflitto che si trascina in un’aula di tribunale, dove l’avvocato Petruzzi ha presentato una integrazione di querela, e che lascia la famiglia sospesa tra un barlume di speranza e la cruda realtà di un referto medico che parla di organi ormai irrimediabilmente segnati.




