Lino Banfi, tra amore fedele e confessioni intime: il racconto a "Ciao Maschio"
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Redazione Cultura e Spettacolo
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In una puntata che ha scavato ben oltre la superficie della vita pubblica, Lino Banfi ha offerto ai telespettatori di "Ciao Maschio", il programma condotto da Nunzia De Girolamo in onda su Rai 1, un ritratto personale e per molti versi inaspettato. L’attore, che ha costruito la sua popolare immagine di "nonno d’Italia" su una comicità bonaria e rassicurante, ha infatti scelto di parlare senza reticenze, ripercorrendo gli anni difficili dell’infanzia in Puglia, segnata dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, e i primi, durissimi, approcci al mondo dello spettacolo. Raccontò, ad esempio, di quando, giovanissimo e senza mezzi a Napoli, trovò aiuto e ospitalità in modo del tutto inatteso, un episodio che segnò la sua visione della solidarietà umana. In quel periodo di precarietà, trovò conforto anche nel suo precoce talento comico: da bambino, durante la guerra, riusciva a strappare sorrisi ai compagni facendo parlare un umile pupazzo, anticipando così, quasi per necessità esistenziale, quella che sarebbe diventata la sua professione.
Le riflessioni più private su amore e vita
Il cuore della conversazione, tuttavia, si è spostato su temi più intimi e universali, come l’amore duraturo e la fedeltà. Banfi, che è stato sposato per decenni con Lucia, ha fatto una dichiarazione netta sul proprio comportamento, ammettendo di non essersi comportato da "santo" nel corso della vita ma di aver sempre mantenuto un faro nella relazione con la moglie. "Alla fine pensavo solo a lei", ha affermato, in una frase che racchiude la complessità di un legame lungo una vita, fatto di scelte e di una priorità emotiva mai realmente messa in discussione. Questa confessione, che sfuma l’immagine pubblica di uomo perfettamente integerrimo per abbozzarne una più autentica e umana, si collega a un altro tema toccato con disarmante sincerità: quello della morte, da lui familiarmente chiamata "Mo’", e del bilancio di una carriera che, a suo dire, non è stata sempre adeguatamente valorizzata sotto il profilo economico e artistico.
I riferimenti a casi di cronaca e il peso delle parole
In un’altra occasione, durante la sua partecipazione al podcast "Sette Vite" di Hoara Borselli, l’attore aveva toccato anche un doloroso caso di cronaca nera, quello della morte di Chiara Poggi a Garlasco nel 2007, offrendone la sua personale interpretazione. Senza entrare nel merito di dettagli giudiziari o investigativi, Banfi si era limitato a esprimere un punto di vista sulla figura coinvolta, definendola semplicemente "una donna", in un commento asciutto che aveva suscitato reazioni per la sua apparente semplicità. Questi passaggi, che da un lato rivelano la sua propensione a esprimersi liberamente anche su vicende delicate, dall’altro mostrano come il suo linguaggio sia spesso diretto e scevro da mediazioni, riflettendo una personalità formata in un’epoca e in ambienti lontani dall’attuale sovraccarico di politically correct.
Un patrimonio di ricordi e il lascito di un'epoca
Il racconto televisivo ha così dipinto, nel suo insieme, il percorso di un uomo che dalla povertà e dalle paure della guerra ha tratto non solo la forza per emergere, ma anche una comicità radicata nel reale e nelle dinamiche popolari. I Natali difficili, le prime gavette, gli incontri determinanti e l’amore familiare sono stati tratteggiati come tappe di una esistenza piena, accettata nella sua interezza, con le luci e le ombre che la compongono. Banfi, che ha anche scherzato su quale epitaffio vorrebbe per la propria tomba, dimostra di voler guardare alla propria storia con un realismo privo di autoindulgenza, ma nemmeno di rimpianto, consapevole di aver vissuto appieno, e non sempre in modo lineare, la lunga avventura che gli è stata concessa.




