Iran, Trump: "Trattative o nuova escalation". Teheran smentisce: nessun negoziato
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Redazione Esteri
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Il presidente americano torna a premere sull'acceleratore della crisi mediorientale, agitando lo spettro di un attacco devastante contro le infrastrutture energetiche dell'Iran. In un'intervista a un'emittente televisiva, il tycoon ha dichiarato di aver ricevuto segnali di apertura da Teheran, ma ha subito dopo alzato il livello della minaccia, ipotizzando bombardamenti a tappeto su centrali elettriche e ponti già a partire dalla prossima settimana, senza escludere l'impiego di truppe di terra.
Una nuova escalation verbale che arriva mentre i raid statunitensi continuano a martellare le postazioni dei Pasdaran, con l'esercito di Teheran che replica con attacchi missilistici contro basi alleate in Kuwait e Giordania.
Il braccio di ferro diplomatico tra Washington e Teheran
Le parole del presidente si scontrano però con il secco diniego arrivato dal ministero degli Esteri iraniano. Il portavoce Esmaeil Baghaei ha smentito categoricamente l'esistenza di un piano di negoziato in corso, definendo le affermazioni di Washington come una mera narrazione per mostrare una presunta resa iraniana alle pressioni.
Questa contrapposizione tra le dichiarazioni ottimistiche della Casa Bianca e il gelo istituzionale di Teheran evidenzia una fase di stallo nelle comunicazioni ufficiali, con gli Stati Uniti che, tramite intermediari come Qatar e Pakistan, avrebbero tentato di gettare le basi per un'intesa senza però ricevere alcun feedback positivo dall'avversario.
L'isola di Kharg nel mirino e la strategia di Trump
Il vero nodo della contesa, al di là dei proclami, sembra essere l'isola di Kharg, l'hub strategico che gestisce circa il 90% dell'export petrolifero iraniano. Il presidente americano, come riportato anche dal Wall Street Journal, avrebbe consultato i suoi più stretti collaboratori su un possibile attacco di terra per prendere il controllo di questo snodo vitale, una mossa che segnerebbe un deciso salto di qualità nel conflitto.
È questa la posta in gioco più alta, perché colpire Kharg non significa solo indebolire l'economia di Teheran, ma anche esercitare una pressione asfissiante sull'intera regione. La strategia dell'amministrazione Trump appare chiara: spingere il regime degli ayatollah verso il tavolo delle trattative usando la leva della distruzione economica, un approccio che i critici del tycoon definiscono un pericoloso azzardo che rischia di far precipitare ulteriormente la situazione.
Il fronte interno e le divisioni tra Usa e Israele
A complicare il quadro della crisi, si registrano le prime, significative crepe nella solidità dell'asse con Israele. Secondo indiscrezioni, il premier Benjamin Netanyahu starebbe portando avanti una strategia autonoma a Gaza e in Libano, con l'obiettivo di sabotare i tentativi di mediazione promossi da Washington. Il vicepresidente J.D. Vance avrebbe accusato apertamente lo Stato ebraico di finanziare campagne per far deragliare i negoziati con l'Iran, mentre funzionari americani respingono le pressioni di Tel Aviv per un allargamento del conflitto su altri fronti.
In questo scenario di fibrillazione, mentre le bombe continuano a cadere sui centri di comando iraniani e la difesa aerea di Teheran si attiva, resta una domanda: se l'intesa a cui Trump fa cenno è solo una speranza o un obiettivo realmente perseguibile, la finestra per una soluzione diplomatica si sta per chiudere. La prossima settimana, quella indicata dal presidente come spartiacque per gli attacchi massicci, potrebbe essere il termometro definitivo della tenuta di questa strategia.




