Belve Crime riparte dal silenzio di Savi e dalle mezze verità di chi ha incontrato il male

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Ad appena una settimana dal saluto alla scorsa edizione del suo format principale, Francesca Fagnani riprende possesso della prima serata di Rai 2 con un'altra discesa negli abissi.

Si riparte da dove ci eravamo lasciati, o quasi: Belve Crime torna per la sua seconda stagione, forte di un meccanismo narrativo che, lo si notava già nella scorsa annata, fatica ancora a trovare una propria autonomia dal programma madre.

Perché se nel "contenitore" originale lo spettatore è abituato a vedere sul banco dei testimoni personaggi noti che si raccontano (o si spogliano) in modo autoironico, qui l’atmosfera si fa inevitabilmente più cupa.

Il confronto, in questo spin-off a tinte nere condotto con quella stessa pulizia espositiva che aveva reso celebre l'intervista a certi personaggi del passato, diventa più intimo, incalzante.

Manca ancora quel tassello decisivo per far sì che Belve Crime cammini davvero con le proprie gambe, dato che molti telespettatori continuano a giudicarlo una semplice costola della trasmissione principale. movieplayer +3

La puntata del 5 maggio, andata in onda alle 21:20, ha messo in fila tre storie diverse per gravità e contesto, tenute insieme dalla presenza di Elisa True Crime, chiamata a introdurre i casi per fornire un contesto a chi, magari, non ne ricordasse i dettagli.

Il primo dei tre ospiti è Katharina Miroslawa, il cui nome è legato al cosiddetto "giallo di Parma" e alla morte dell'imprenditore Carlo Mazza.

Lei, ex ballerina di nightclub, è una condannata che ha scontato una lunga pena; nel faccia a faccia con Fagnani emerge la consueta tensione tra la verità giudiziaria e la personale ricostruzione dei fatti, con la donna che prova a ribaltare il cliché della "colpevole perfetta". dilei +3

Le ombre della Uno Bianca e il silenzio rotto da Savi

Il secondo (e sicuramente più atteso) atto della serata è però un altro, perché arriva dal carcere di Bollate. Dopo trentadue anni di silenzio ostinato, Roberto Savi, l'ex poliziotto che fu a capo della cosiddetta Banda della Uno Bianca, ha accettato di parlare.

E lo ha fatto rilasciando dichiarazioni che, per la loro gravità, forse dovrebbero essere analizzate più nelle aule dei tribunali che in televisione.

Savi, incalzato dalla conduttrice, ha riletto uno dei capitoli più sanguinosi della sua storia criminale: l'omicidio nell'armeria di via Volturno a Bologna, in cui persero la vita la titolare Licia Ansaloni e l'ex carabiniere Pietro Capolungo.

Smentendo quanto stabilito dalle sentenze, l'uomo ha liquidato l'ipotesi della rapina ("Chi va a rapinare pistole?" si è chiesto) per suggerire un movente ben più inquietante legato ai precedenti della vittima.

La parte dell'intervista che però ha avuto maggiore risalto, e che potrebbe (o forse dovrebbe) avere strascichi concreti, è quella relativa alle presunte "coperture".

Con una lucidità impressionante, Savi ha descritto un sistema di protezione che ha permesso alla banda di agire indisturbata per anni: "Sono subentrati personaggi non delinquenti che ci hanno garantito protezione. Ci sentivamo sicuri di muoverci".

Quando Fagnani ha chiesto conto della sua frequenza a Roma e di chi incontrasse lì, l'ex poliziotto ha lasciato intendere che si trattasse dei "Servizi".

Quelle dichiarazioni, per quanto cariche di ambiguità, rappresentano un evento mediatico raro: il racconto in prima persona di un assassino che insinua di aver lavorato su commissione per lo Stato. dilei +3

Rina Bussone e la confessione dell’ex compare

A chiudere il terzetto della prima serata è Rina Bussone, figura emersa prepotentemente nelle indagini per l'omicidio di Fabrizio Piscitelli, il famigerato "Diabolik".

La sua testimonianza, arrivata per la prima volta in uno studio televisivo, si concentra sul rapporto ambiguo e letale con l'ex compagno Raul Esteban Calderon, indicato come il presunto killer.

Il racconto diventa gelido quando Bussone rievoca i momenti successivi all'agguato: tornata a casa, l'uomo l'avrebbe portata in camera, abbassando la serranda per sussurrarle: "Ho ammazzato Diabolik".

La reazione di lei, che ha scelto di non denunciare subito ma di trascorrere il pomeriggio con lui, restituisce la misura di una complicità che ha superato il confine del semplice concorso in reato.

"Il danno era stato fatto, non potevo tornare indietro", ha giustificato l'ex rapinatrice, che non ha nascosto la sua passione per le armi, chiamate ironicamente "le mie bambine".

Pur consapevole del pericolo imminente di muoversi in certi ambienti ("Se decidono che devi morire, muori"), Bussone ha confermato la sua versione, gettando ulteriore luce sulle dinamiche che hanno portato all'omicidio del mondo dei narcos e degli ultra del calcio romano. comingsoon +3

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