Gas, lo shock diventa strutturale: salgono i prezzi nel lungo periodo
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Redazione Economia
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La crisi in Medio Oriente non sta più influenzando solo i prezzi spot di gas ed elettricità, quelli che oscillano di giorno in giorno sulla base delle consegne immediate. Sta cambiando anche le aspettative dei mercati per i prossimi anni, una variazione che, per un sistema energetico come quello europeo, rappresenta un passaggio cruciale: quando il conflitto cessa di essere un evento contingente per tradursi in un calcolo di rischio permanente, il costo dell’energia si ridefinisce su base strutturale.
Secondo un’analisi di Pexapark, il punto di svolta arriva con gli attacchi alle infrastrutture del Gnl, in particolare nel grande hub di Ras Laffan, in Qatar. Qui, i danni causati nei primi giorni di guerra non sono stati superficiali: si parla di una capacità produttiva ridotta del 17% e di tempi di riparazione che si allungano fino a cinque anni. È proprio questa la novità che modifica le dinamiche di fondo. Il petrolio, sì, resta un mercato volatile, ma il gas naturale, con la sua rete di infrastrutture fisse e vulnerabili, subisce un contraccolpo più duro, sia perché la sua sostituzione è complessa sia perché i tempi di ripristino sono più lunghi. Non a caso, mentre il greggio ha registrato aumenti significativi, i listini del gas hanno visto impennate ben più marcate: in Asia i prezzi sono volati del 143% e in Europa dell’85%, segnali evidenti di un’elasticità dell’offerta molto ridotta rispetto alla domanda.
E c’è un altro elemento, spesso trascurato, che amplifica l’effetto a catena: lo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso cui passa gran parte del Gnl mondiale. Attraversato da una media di 94 navi al giorno nell’anno precedente il conflitto, tra il 2 e il 15 marzo ne ha viste transitare appena 5,36 al giorno. Questa strozzatura logistica, unita alla messa fuori uso di alcuni impianti, ha innescato una competizione feroce per le poche cariche ancora disponibili. L’Oxford Institute for Energy Studies (OIES) ha delineato tre scenari: uno ottimistico con ripartenza a giugno, uno intermedio che posticipa la ripresa a dopo l’estate, e il più pessimista, che ipotizza un anno di stop totale alle forniture dal Golfo. In quest’ultimo caso, il mercato globale del Gnl non tornerebbe ai livelli pre-crisi prima del 2028, con evidenti ripercussioni sulle scorte europee, già oggi al di sotto delle medie stagionali.
QatarEnergy sposta lo sguardo sugli Usa. Al via la produzione Gnl in Texas dopo gli attacchi a Doha
Di fronte a questo scenario, la strategia di QatarEnergy subisce una rapida riconfigurazione. Mentre a Ras Laffan si contano i danni, la compagnia qatarina ha potuto festeggiare un risultato atteso da tempo: l’avvio della produzione di gas naturale liquefatto dai primi tre treni della Golden Pass Lng, il terminale in Texas realizzato in joint venture con ExxonMobil. Una mossa, questa, che arriva nel momento più opportuno: il 70% dell’impianto è controllato da Doha, e l’avvio della prima linea di liquefazione, avvenuto a fine marzo, rappresenta un volano strategico per compensare le perdite subite in patria. L’impianto, la cui costruzione era stata rallentata dal fallimento di un appaltatore nel 2024, ha superato le fasi di avvio e si appresta a esportare i primi carichi nel secondo trimestre del 2026.
Questo spostamento geografico dell’asse produttivo non è solo una contingenza, ma potrebbe segnare una tendenza duratura. Con il 20% dell’offerta globale di Gnl bloccata o fortemente ridotta, e con le infrastrutture del Golfo percepite come bersagli vulnerabili, gli acquirenti asiatici ed europei si stanno riorientando verso il bacino atlantico. Gli Stati Uniti, che già operavano a pieno regime, diventano così il fornitore di ultima istanza, anche se a costi logistici e politici più elevati. L’effetto immediato è una ridistribuzione dei flussi: navi inizialmente dirette in Belgio vengono dirottate verso la Cina, dove la disponibilità a pagare un premio per assicurarsi la fornitura è più alta. L’Europa, con gli stoccaggi al 29% a metà marzo, si trova così a dover competere in un mercato dove le regole le sono sfavorevoli.
L’eredità di una guerra: infrastrutture sotto tiro e il peso sull’economia globale
L’aspetto forse più significativo di questa fase di instabilità è la consapevolezza che i danni alle infrastrutture non sono più riparabili in tempi brevi. I due treni di liquefazione colpiti a Ras Laffan, spiegano gli analisti, sono “bestie ingegneristiche” la cui ricostruzione richiederà anni, non mesi. Questo trasforma una crisi da shock petrolifero, storicamente ciclico, in una crisi da strozzatura strutturale. Non si tratta solo di prezzi più alti oggi, ma di una minore disponibilità di volumi per alimentare l’economia nei prossimi cicli invernali. L’impatto si riversa a cascata su settori chiave: dalle utilities giapponesi e sudcoreane, che bruciano petrolio d’emergenza per tenere accese le luci, fino all’industria chimica e dei fertilizzanti, che utilizza il gas come materia prima.
In questo contesto, l’India emerge come uno dei soggetti più esposti alla scure dei tagli. Con quasi il 47% del suo Gnl importato dal Qatar, il paese si è visto ridurre le forniture contrattuali fino al 40% per i clienti industriali, con il governo costretto a razionare il gas tra settori prioritari come i fertilizzanti e la generazione elettrica. L’alternativa del mercato spot, a prezzi più che raddoppiati rispetto ai contratti di lungo periodo, minaccia l’economicità di interi settori come quello della distribuzione urbana del gas. L’effetto economico globale, secondo gli analisti, potrebbe tradursi in un aumento dell’inflazione di 50 punti base e in un rallentamento del Pil mondiale dello 0,3-0,4%, con l’Asia e l’Europa a sopportare il peso maggiore.
L’analisi dell’Oxford Institute: tre scenari e la nuova geopolitica dell’energia
Per capire la direzione che prenderanno i prezzi nei prossimi mesi, il lavoro dell’Oxford Institute For Energy Studies offre un modello interpretativo efficace. I tre scenari ipotizzati dall’istituto variano in base alla durata della chiusura dello Stretto di Hormuz e alla tempistica di riparazione degli impianti. Nel caso più favorevole, con riapertura entro fine aprile e ripristino delle operazioni entro giugno, si potrebbe ancora limitare il danno, consentendo all’Europa di ricostituire le scorte per l’inverno. Se invece il blocco si prolungasse fino a settembre, lo scenario detto “post-riavvio estivo” descrive un’estate di tensioni altissime, con il riempimento degli stoccaggi compromesso e i prezzi del petrolio che volano stabilmente sopra i 125 dollari al barile.
Lo scenario più grave, quello dell’“interruzione di un anno”, dipinge invece un quadro di recessione energetica prolungata: forniture dal Golfo sospese fino al 2027, prezzi del petrolio medi a 150 dollari e un mercato del Gnl che rimarrà teso per tutto l’inverno, con la capacità di esportazione globale che tornerà ai livelli pre-crisi solo alla fine del 2028. Ciò che accomuna tutti e tre gli scenari è la sottolineatura di un fatto: anche in caso di cessate il fuoco immediato, il prezzo del rischio rimarrà inrato nel costo del gas. Le compagnie di navigazione, già alle prese con premi assicurativi schizzati dallo 0,25% al 3%, continueranno a chiedere compensi maggiori per attraversare aree calde, e i governi dovranno fare i conti con un’impennata della spesa pubblica per i sussidi energetici. In quest’ottica, l’avvio della produzione in Texas da parte di QatarEnergy non è solo un’operazione commerciale, ma una mossa di sopravvivenza in un sistema in cui la diversificazione geografica diventa l’unica vera difesa contro l’imprevedibilità della guerra.
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