Trento, medico del lavoro ai domiciliari per violenza sessuale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un medico del lavoro, operante nel capoluogo trentino, è stato sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari. L’ordinanza, emessa dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della Procura della Repubblica, è stata eseguita nella giornata di ieri, martedì 14 aprile, dai carabinieri del Nucleo Antisofisticazioni e Sanità (NAS). Il provvedimento scaturisce da un’indagine avviata dopo la denuncia presentata da una paziente, la quale ha raccontato di aver subito atti a sfondo sessuale durante una visita di medicina del lavoro, comportamenti che – come lei stessa ha sottolineato – non sarebbero in alcun modo compatibili né giustificabili dalle normali pratiche mediche.

Il riscontro investigativo e le aggravanti contestate

La denuncia della prima vittima ha innescato una serie di accertamenti delegati dalla magistratura ai militari del NAS, i quali hanno proceduto ad ascoltare numerose altre donne. E qui sta il nodo cruciale dell’inchiesta: le loro dichiarazioni hanno trovato un “ampio riscontro”, fornendo dettagli “pienamente concordanti” con quanto riferito dalla prima denunciante. La convergenza di queste testimonianze – raccolte in un contesto, quello dello studio medico, dove il professionista esercita la propria autorità – ha permesso agli inquirenti di configurarlo non come un episodio isolato, ma come una condotta sistematica. Al professionista, la cui identità è tutelata in questa fase processuale, vengono contestati i reati di violenza sessuale (articolo 609-bis del codice penale), con la pesante aggravante specifica prevista dall’articolo 609-septies (comma IV, n. 3) per chi abbia commesso il fatto nella qualità di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio.

L’abuso di potere e l’assenza di querela

Proprio il ruolo rivestito dal medico, che opera nell’ambito delle visite obbligatorie per i lavoratori (un contesto, questo, in cui il paziente si trova in una posizione di soggezione e fiducia nei confronti dello specialista), costituisce la cornice giuridica più severa dell’accusa. Oltre all’abuso della professione, la Procura contesta l’aggravante generica di cui all’articolo 61, numero 9, relativa all’abuso di poteri o alla violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione. Questa qualifica ha una conseguenza pratica immediata e rilevante sul piano procedurale: i reati contestati non prevedono la procedibilità a querela di parte. In altre parole, il pubblico ministero ha potuto agire d’ufficio, avviando le indagini senza attendere una formale costituzione di parte civile da parte delle vittime, data la rilevanza dell’interesse pubblico leso dall’azione del sanitario.

I domiciliari e le implicazioni sul ruolo di garanzia

La misura degli arresti domiciliari, eseguita senza particolari difficoltà dai carabinieri, rappresenta un bilanciamento tra le esigenze cautelari (evitare l’inquinamento delle prove o la reiterazione del reato) e la presunzione di innocenza che rimane valida fino a una eventuale condanna definitiva. La vicenda getta un’ombra lunga sui protocolli di controllo all’interno di quelle visite che, per legge, dovrebbero tutelare la salute psicofisica del lavoratore. E, in questo caso, il professionista – invece di vigilare sul benessere del paziente – è accusato di aver tradito quel ruolo di garanzia per finalità personali. Gli investigatori non escludono, al momento, che possano emergere ulteriori persone offese, suggerendo che il numero delle vittime potrebbe essere più alto di quelle già ascoltate. Il fascicolo, ancora in fase di indagine preliminare, resta coperto dal segreto investigativo, mentre il difensore dell’indagato avrà ora la facoltà di presentare istanze di riesame o richiedere misure alternative al gip.

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