L’attacco di Erbil, il ritiro italiano e la guerra che travolge i contingenti occidentali in Iraq
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Redazione Esteri
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La notte tra mercoledì e giovedì scorsi, la base di Mala Qara, situata nel cuore del Kurdistan iracheno a poca distanza da Erbil, è stata teatro di un attacco con droni che ha spezzato la quotidianità della missione internazionale contro il terrorismo. Due velivoli senza pilota, identificati come Shahed di fabbricazione iraniana, hanno centrato le strutture del contingente francese provocando la morte del quarantaduenne maresciallo capo Arnaud Frion, un alpino del settimo battaglione di cacciatori alpini di Varces, e ferendo altri sei militari transalpini.
Era una persona estremamente competente, con alle spalle una decina di operazioni, lo ha ricordato il colonnello François-Xavier de la Chesnay, comandante del suo battaglione, nel tentativo di restituire un volto e una storia a un soldato caduto lontano da casa. Il presidente Emmanuel Macron ha parlato di atto inaccettabile, sottolineando come i suoi connazionali fossero lì, inquadrati nella coalizione Inherent Resolve, per addestrare le forze locali nella lotta alle residue cellule del sedicente Stato islamico, e che il conflitto in corso tra Israele, Stati Uniti e Iran non possa in alcun modo giustificare simili offensive.
Solo poche ore prima, lo stesso complesso militare di Erbil – che ospita anche reparti americani e della coalizione – era stato preso di mira da un drone che aveva centrato il cosiddetto “Fortino”, la pizzeria e luogo di ritrovo del contingente italiano, provocando un incendio e danneggiando alcuni automezzi ma, per puro scampo, senza causare vittime tra i nostri soldati che si erano già posti al riparo nei bunker in seguito alle procedure di allarme. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha confermato la natura deliberata dell’attacco, pur aggiungendo che le misure di sicurezza adottate dal personale fin dalle ore precedenti avevano evitato conseguenze ben più gravi.
A rivendicare l’azione, stando a quanto riportato da fonti locali e internazionali, sarebbe stato un gruppo armato sciita filo-iraniano che si firma Ashab al-Kahf, un nome che significa “la comunità della caverna” e che aveva già in passato minacciato interessi occidentali nella regione, dichiarando ora che tutte le risorse francesi in Iraq e nei dintorni sarebbero diventate obiettivo legittimo dei loro attacchi in risposta allo schieramento della portaerei Charles de Gaulle nel Mediterraneo orientale e delle fregate francesi nello Stretto di Hormuz.
L’episodio, tuttavia, non può essere isolato dal più ampio quadro di instabilità seguito all’offensiva lanciata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran il ventotto febbraio scorso, quando missili israeliani e americani hanno colpito la capitale Teheran e altre città, provocando centinaia di vittime e, secondo ricostruzioni non verificate da fonti ufficiali italiane, la morte della Guida suprema Ali Khamenei, alla cui successione sarebbe subentrato il figlio Mojtaba.
Un attacco giunto a soli due giorni dalla ripresa dei colloqui tra iraniani e americani mediati dall’Oman, che pure aveva parlato di aperture senza precedenti per un accordo sul dossier nucleare, ma che Donald Trump, tornato alla presidenza degli Stati Uniti, aveva giudicato insoddisfacenti. Da quel momento, la regione è stata investita da una serie di rappresaglie e colpi incrociati: basi americane in Bahrein, Kuwait e Qatar sono finite nel mirino, e le milizie sciite irachene, che contano decine di migliaia di combattenti formalmente inquadrati nelle forze di Baghdad ma fedeli a Teheran, hanno intensificato i lanci contro le postazioni della coalizione nel paese, in particolare a Erbil e dintorni, cercando di colpire il consolato statunitense e l’aeroporto internazionale.
Il complesso ripiegamento dei militari italiani e le vie della ritirata verso la Turchia
In questo scenario di escalation, l’Italia ha messo in atto un piano di riduzione della propria presenza in Iraq, un’operazione che, come ha spiegato all’Adnkronos il generale Giorgio Battisti, già primo comandante del contingente italiano della missione Isaf in Afghanistan e ora membro del Comitato Atlantico, si presenta come estremamente complessa ma che i nostri comandi sono in grado di condurre grazie alle esperienze maturate in precedenza e alla professionalità della truppa.
Il ripiegamento, che riguarda parte dei circa milleduecento uomini che fino a poco tempo fa operavano nel paese, avverrà via terra, attraverso un itinerario già pianificato in fase di studio dell’operazione, che prevede di raggiungere in colonna, o più colonne, il confine turco settentrionale percorrendo circa duecentoquindici chilometri di rotabili che attraversano il Kurdistan iracheno, transitando probabilmente per il passo di Ibrahim Khalil ed entrando poi nel distretto di Silopi, in Turchia.
Da lì, il personale verrà imbarcato su voli aerei dedicati per il rientro in Italia, mentre gli elicotteri, se le condizioni di sicurezza lo permetteranno, potrebbero muovere in volo autonomo verso gli aeroporti turchi di Diyarbakir o Barman. Il colonnello Stefano Pizzotti, comandante del contingente a Erbil, ha confermato che dopo l’attacco alla base di Singala i soldati sono tutti al sicuro, e che il processo di trasferimento è già iniziato in sordina, con una riduzione degli effettivi da oltre trecento a poco più di cento nella sola Erbil, e il ritiro completo da Solimanye.
Una missione complessa, dicevamo, che richiede una copertura aerea garantita dalla coalizione e la collaborazione delle forze amiche locali, i peshmerga curdi, per assicurare una cornice di sicurezza fino al valico di frontiera, nonché accordi preventivi con il governo di Ankara per l’accoglienza e il transito dei mezzi e del personale. L’intelligence, in queste fasi, ha sottolineato ancora Battisti, ricopre un ruolo fondamentale per valutare la minaccia e sincronizzare i movimenti, mentre a livello politico il ministro Crosetto ha precisato che si tratta di una riduzione temporanea, legata alla contingenza, e non di un abbandono definitivo della missione, pur ammettendo che l’instabilità regionale produce effetti diretti anche sull’Europa e che la protezione dei militari resta la priorità assoluta del governo.
Il nodo della sicurezza e la nuova minaccia dei droni nelle basi della coalizione
L’attacco di Erbil, come ha rilevato lo stesso generale Battisti in un’analisi successiva, ha messo in luce la necessità di potenziare le misure di protezione passiva e attiva delle basi in cui sono schierati i contingenti occidentali. L’obiettivo dei droni, ha spiegato, era verosimilmente il consolato americano o l’aeroporto, ma il fatto che un velivolo sia riuscito a eludere le difese e a colpire una struttura militare dimostra come la minaccia rappresentata dai droni, per il loro basso costo, la flessibilità d’impiego e l’effetto psicologico, sia diventata centrale negli scenari bellici contemporanei, affiancandosi alle tradizionali artiglierie e ai missili a lunga gittata.
Le milizie sciite irachene, ha aggiunto, hanno ormai dimostrato di poter operare con una certa autonomia e capacità, sfruttando la complessità del teatro iracheno dove, paradossalmente, fino a pochi anni fa combattevano al fianco degli stessi americani contro il nemico comune dell’Isis.
Ora la situazione è radicalmente mutata: la guerra dichiarata da Trump e Netanyahu all’Iran ha trasformato gli alleati di ieri in nemici, e i soldati italiani, francesi e degli altri paesi europei si trovano esposti in una posizione scomoda, quella di obiettivi indiretti di una contesa che non hanno dichiarato e nella quale il loro governo, almeno a parole, ribadisce di non voler essere parte attiva. La Francia, dal canto suo, ha convocato un Consiglio di difesa per decidere l’eventuale risposta, mentre il gruppo Ashab al-Kahf ha minacciato di colpire qualsiasi interesse francese in Iraq, e il generale Dominique Trinquand, intervistato da Franceinfo, ha avvertito che la strategia iraniana, o meglio delle fazioni a essa vicine, potrebbe essere quella di creare il caos ovunque per indurre i governi occidentali a cambiare le loro posizioni, arrivando persino a ipotizzare il risveglio di cellule dormienti in Europa.




