Beppe Grillo cita in giudizio Giuseppe Conte: battaglia legale per il simbolo del M5s

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non bastavano le frecciate sui social, le dichiarazioni a mezzo stampa o la rimozione della figura del garante attraverso il voto degli iscritti. Ora, per Beppe Grillo e Giuseppe Conte, lo scontro – che da tempo cova sotto la cenere di un Movimento ormai diviso in due – si trasferisce formalmente in un’aula di tribunale. L’associazione Movimento 5 Stelle di Genova, della quale il comico fondatore è presidente del consiglio direttivo, ha notificato al partito oggi guidato dall’ex presidente del Consiglio un atto di citazione presso il Tribunale di Roma. L’obiettivo, esplicitato nelle pieghe di un’azione legale che si preannuncia lunga e complessa, è la rivendicazione della titolarità esclusiva del nome e del simbolo “MoVimento 5 Stelle”, quel marchio che Grillo ideò e lanciò nel lontano 2009 e che oggi, a suo avviso, verrebbe utilizzato in modo improprio dall’attuale leadership.

Un atto (non) casuale e la citazione in giudizio

La notifica dell’atto, secondo quanto riportato da fonti vicine allo stesso Grillo, sarebbe stata depositata già da alcuni giorni e la sua ufficializzazione – per chi lo frequenta – non sarebbe che una coincidenza legata ai tempi della burocrazia giudiziaria. Tuttavia, il dato politico che rende la mossa particolarmente emblematica è la data in cui la notizia è diventata di dominio pubblico: lo stesso giorno scelto da Giuseppe Conte per annunciare l’uscita del suo libro-manifesto, “Una nuova primavera” (in uscita il 14 aprile per Marsilio), un’opera che ripercorre la sua ascesa politica e tenta di tracciare il futuro “progressista” dei pentastellati. La prima udienza, a questo punto, è già fissata per il prossimo luglio, e sarà il giudice a stabilire se l’attuale struttura del partito potrà continuare a fregiarsi di quel simbolo o se dovrà – come chiedono i grillini più ortodossi – farsi un proprio marchio e andare per la propria strada.

Il “sappiate che non sono mai partito” di Caproni

A rendere plastica la tensione tra i due vertici, del resto, ci ha pensato lo stesso Grillo con un messaggio social pubblicato all’indomani della diffusione della notizia della causa. In un post che cita i versi di Giorgio Caproni – “Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito / Il mio viaggiare è stato tutto un restare qua, dove non fui mai” – il fondatore sembra voler ribadire un concetto cardine della sua attuale posizione. Chi lo conosce bene ha interpretato quei versi come una dichiarazione di intenti diretta a Giuseppe Conte: un “sappiate che non sono mai partito” che suona come un avvertimento, quasi una volontà di riprendere in mano le redini di ciò che considera una proprietà intellettuale e morale nata da un’idea sua.

Le reazioni: dal “giusto così” di Toninelli al “temeraria” di Colucci

La notizia ha immediatamente polarizzato gli animi all’interno dell’ex area pentastellata. L’ex parlamentare Marco Bella, figura storica vicina al fondatore, ha pubblicato un lungo sfogo sui social definendo la battaglia “giusta” seppur “difficile, lunga e complessa”, sottolineando come Grillo sia costretto a mettere “ancora una volta” soldi propri per difendere la dignità di un simbolo che qualcuno, a suo dire, sta utilizzando dopo aver incassato milioni di finanziamenti pubblici. Anche l’ex ministro Danilo Toninelli si è schierato apertamente, affermando che se il simbolo dovesse tornare al fondatore “è giusto così”, aggiungendo una riflessione amara: “anche se questo significa seppellirlo. Perché è meglio seppellirlo per farlo rinascere davvero, che tradirlo”.

Dall’altra parte della barricata, il deputato M5s Alfonso Colucci, che riveste un ruolo chiave nella gestione della struttura giuridica del partito, ha provato a gettare acqua sul fuoco pur mostrando i muscoli. In una nota diffusa ai media, Colucci ha definito l’iniziativa di Grillo “assolutamente infondata” e “temeraria”, sostenendo che il nome e il simbolo appartengano ormai alla “comunità degli iscritti” e che sia assurdo pensare a una “logica padronale” in una formazione politica. Il partito guidato da Conte, insomma, si prepara a rispondere in giudizio con fermezza, non escludendo nemmeno una eventuale richiesta di danni.

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