Wall Street e l’incrocio pericoloso tra l’Iran, l’intelligenza artificiale e la Fed
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Redazione Economia
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La seduta di lunedì, che si apre con un’imbarcazione sostanzialmente piatta per il Dow Jones e il Nasdaq (entrambi intorno alla parità, con i futures che vagavano cauti nella notte), non racconta ancora la tensione che si accumula sotto la superficie. Perché questa, per gli operatori di Wall Street, è la settimana delle tre forze: una definizione che calza a pennello per descrivere la convergenza, piuttosto rara, di altrettanti fattori sistemici pronti a testare la resilienza del mercato. Da un lato, la coda lunga del conflitto iraniano e il suo braccio di ferro sulla chiusura dello Stretto di Hormuz; dall’altro, il verdetto sugli utili dei giganti tecnologici (quelli che, ormai da un anno a questa parte, sorreggono le sorti dell’intero indice); infine, l’appuntamento di mercoledì con la Federal Reserve. È una combinazione, quest’ultima, che raramente genera un unico "driver" dominante, preferendo invece creare un contesto di elevata sensibilità, dove ogni scostamento tra attese e dati reali viene punito con una tolleranza pari a zero.
Il peso del petrolio e il nodo Pakistan: gli emissari che non partono
Il primo pilastro, quello geopolitico, è tornato a graffiare i listini dopo un weekend di rimbalzi diplomatici falliti. A muovere le quotazioni del greggio (con il Brent in deciso rialzo, schizzato oltre la soglia psicologica dei 100 dollari) è stata la netta presa di posizione del presidente Donald Trump: l’esclusione dell’invio di emissari americani in Pakistan per i negoziati di pace con l’Iran ha spento le speranze di una distensione immediata. Secondo le ricostruzioni, la Casa Bianca ha stoppato la partenza dei rappresentanti – un segnale interpretato dai trader come un irrigidimento delle posizioni, nonostante il presidente abbia poi precisato che questa decisione “non significa la ripartenza della guerra”. Tuttavia, il danno sul fronte della percezione del rischio è fatto: l’amministrazione aveva inizialmente dato il via libera ai colloqui a Islamabad, salvo fare marcia indietro giudicando inaccettabili i termini proposti da Teheran. Questo stallo, che di fatto tiene in scacco una delle vie marittime più strategiche per il trasporto energetico, ha riacceso la volatilità sull’energia, complice anche un ristretto margine di capacità produttiva globale che Goldman Sachs, ad esempio, ha rivalutato al rialzo solo nelle scorse sedute per le stime del quarto trimestre.
L’appuntamento con i conti delle big tech e la sfida dell’Ai
Parallelamente a questo scacchiere mediorientale, il mercato azionario sta stringendo i denti in attesa delle trimestrali che potrebbero validare – o sgonfiare – la narrativa dell’intelligenza artificiale. Questa settimana salgono sul palco Microsoft, Meta, Amazon e Alphabet (Google), colosso dopo colosso, mentre Apple chiuderà il ballo giovedì. Il nodo, per gli analisti, non è più soltanto il "battito" sull’utile per azione: la sfida è dimostrare che gli ingenti investimenti in infrastrutture per l’Ai (che hanno compresso i flussi di cassa di qualcuno, come nel caso di Amazon o Meta) stanno effettivamente generando ricavi incrementali e nuovi margini. In una settimana che vede il mercato già posizionato su livelli di valutazione molto alti – il Nasdaq, ad esempio, ha bruciato molte delle perdite precedenti grazie al rimbalzo tecnologico – la reazione potrebbe essere implacabile. Se anche solo uno di questi giganti dovesse annunciare un rallentamento nel cloud o preannunciare costi fuori controllo, l’effetto domino sui listini sarebbe amplificato dalla mancanza di un cuscinetto psicologico.
L’attenzione alla Fed: holding pattern in attesa di Powell
Il terzo fattore, quello monetario, è forse l’unico il cui esito appare già scritto, ma le cui parole faranno male. Mercoledì, la Federal Reserve annuncerà quasi certamente un nuovo mantenimento dei tassi nell’intervallo compreso tra 3.50% e 3.75%. Tuttavia, gli investitori non cercano tanto la decisione in sé, quanto il tono del comunicato e della conferenza stampa di Jerome Powell. Con l’inflazione che, complice il caro energia, è tornata a premere (il dato di marzo ha mostrato un’impennata al 3.3%, molto al di sopra del target), il Comitato si trova incastrato tra il rischio recessione e l’obbligo di mantenere la credibilità anti-inflazione. Non solo: questa conferenza potrebbe avere il sapore del canto del cigno per Powell, vista l’imminente scadenza del suo mandato e l’iter di nomina del successore, un passaggio che aggiunge un velo di incertezza istituzionale a una riunione già di per sé rovente.
In questo frangente, l’andamento piatto di inizio settimana non è quindi un segno di apatia, ma di massima allerta.




