La forza delle donne anziane riduce il rischio di mortalità: lo studio pubblicato su Jama Network Open

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Non servono per forza sedute estenuanti in palestra né, tantomeno, attrezzature sofisticate, perché il segreto per allungare la propria aspettativa di vita, in particolare per le donne che hanno superato i sessant'anni, potrebbe risiedere in gesti semplici e quotidiani, come la capacità di alzarsi da una sedia o la forza con cui si stringe la mano a qualcuno. A suggerirlo, con la forza persuasiva dei numeri e di un lungo periodo di osservazione, è un ampio studio di coorte pubblicato nei giorni scorsi su Jama Network Open, che ha acceso i riflettori sul legame, spesso sottovalutato, tra potenza muscolare e longevità. La ricerca, condotta su un campione di 5472 donne di età compresa tra i 63 e i 99 anni, ha infatti dimostrato come una maggiore forza muscolare sia associata in modo significativo e indipendente a un tasso più basso di mortalità per tutte le cause, e questo a prescindere dalla quantità di attività fisica aerobica svolta quotidianamente.

L'analisi, che ha preso le mosse dai dati dello studio OPACH (Objective Physical Activity and Cardiovascular Health in Older Women), un progetto ancillare della più vasta iniziativa Women's Health Initiative, ha preso in esame due parametri specifici e di facile rilevazione, comunemente utilizzati nella pratica clinica per valutare la funzionalità muscolare degli anziani. Il primo è la forza di presa della mano dominante, misurata con un dinamometro, mentre il secondo è il tempo impiegato per alzarsi e sedersi per cinque volte consecutive da una sedia, senza l'ausilio delle braccia. I ricercatori, guidati da Michael J. LaMonte, professore di epidemiologia e invecchiamento sano presso l'Università di Buffalo a New York, hanno seguito le partecipanti per un periodo medio di oltre otto anni, durante il quale si sono verificati 1964 decessi, riuscendo a isolare il ruolo della forza muscolare da altri fattori cruciali come l'infiammazione sistemica, misurata attraverso il marker della proteina C-reattiva, e la velocità di cammino, quest'ultima considerata una valida proxy della capacità cardiorespiratoria.

I numeri che spiegano il legame tra muscoli e sopravvivenza

I risultati emersi dallo studio sono netti e, per certi versi, sorprendenti, come ha ammesso lo stesso LaMonte. Le donne con la forza di presa più elevata, ovvero quelle nel quartile superiore con valori superiori ai 24 chilogrammi, presentavano un rischio di mortalità inferiore di circa un terzo rispetto a quelle con la presa più debole, al di sotto dei 14 chilogrammi. Un andamento analogo è stato osservato per la prova della sedia: le partecipanti più rapide nell'eseguire le cinque ripetizioni, chiudendo il test in meno di 11,2 secondi, mostravano un vantaggio in termini di sopravvivenza altrettanto marcato, con una riduzione del rischio che sfiorava il 37%. È importante sottolineare come questa associazione sia rimasta statisticamente significativa anche dopo aver corretto i dati per tenere conto del tempo trascorso in attività fisica moderata o vigorosa e, addirittura, nei soggetti che non raggiungevano le linee guida raccomandate per l'attività aerobica, che suggeriscono 150 minuti di moto a intensità moderata a settimana. Questo significa che, indipendentemente dal fatto che si corra o si cammini molto, possedere una muscolatura forte e reattiva costituisce di per sé un fattore protettivo.

Due test semplici per una previsione complessa

La forza di presa e la velocità nell'alzarsi dalla sedia, sebbene correlate, sembrano raccontare due storie diverse ma complementari sulla salute di una persona. La prima è un indicatore di forza muscolare complessiva piuttosto affidabile, mentre la seconda implica anche altri elementi come l'equilibrio, la coordinazione e la resistenza alla fatica, catturando quindi aspetti più ampi dell'invecchiamento fisiologico. I ricercatori hanno notato come la relazione tra prestazione fisica e mortalità fosse lineare e graduale: per ogni incremento di 7 chilogrammi nella forza di presa si registrava, in media, una riduzione del 12% del tasso di mortalità, e per ogni miglioramento di 6 secondi nel test della sedia, il beneficio si attestava intorno al 4%. Una dimostrazione, questa, che ogni piccolo guadagno in termini di forza e funzionalità può tradursi in un concreto vantaggio per la salute. E tutto questo, come ha tenuto a precisare LaMonte, a prescindere dalla massa rea: anche rapportando i valori di forza al peso o alla massa magra, l'effetto protettivo rimaneva evidente. Il lavoro, finanziato dai National Institutes of Health, rafforza dunque le attuali raccomandazioni che incoraggiano gli over 65 a integrare nella loro settimana esercizi di rafforzamento muscolare, suggerendo che monitorare e mantenere la forza potrebbe essere una chiave di volta per un invecchiamento davvero in salute.

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