Omicidio Mattarella, la verità nascosta in un guanto
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Redazione Interno
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La mattina del 6 gennaio 1980, a Palermo, l’assassinio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia, interruppe bruscamente non solo una vita ma anche un percorso politico che molti ritenevano incorruttibile. Mentre la città, ancora immersa nell’atmosfera dell’Epifania, iniziava a sentire il peso di quella perdita, una telefonata anonima rivendicava il gesto per conto di un gruppo neofascista, gettando le prime, fosche ombre su un movente politico. L’eversione nera, in quel periodo particolarmente attiva, sembrò dunque la pista più credibile, un sentiero che le indagini batterono con determinazione senza, tuttavia, che esso conducesse a riscontri concreti e a imputazioni definitive, lasciando piuttosto il campo a un groviglio di depistaggi che avrebbero caratterizzato l’intera vicenda giudiziaria.
Il reperto che avrebbe potuto cambiare tutto
Sul luogo del delitto, all’interno dell’autovettura della vittima, gli investigatori rinvennero un guanto di pelle marrone, abbandonato dal killer sotto il sedile. Quel guanto, che avrebbe potuto rivelare, grazie alle tracce biologiche in esso contenute, l’identità di chi aveva premuto il grilletto, sparì invece dalla scena del crimine, diventando il simbolo di una verità ostacolata. Recenti sviluppi investigativi hanno portato all’arresto di un ex agente di polizia, accusato proprio di aver occultato il reperto decisivo; un’azione, questa, che di fatto ha privato la giustizia di una prova materiale fondamentale, deviando le indagini e alimentando il mistero per decenni.
Le difficoltà della magistratura e i sospetti di Falcone
Piero Grasso, all’epoca sostituto procuratore di turno, ricorda come non fu neppure avvertito dell’accaduto dalle forze dell’ordine, venendo a conoscenza dell’omicidio soltanto attraverso il telegiornale delle tredici. “Fecero di tutto per fermarci”, ha dichiarato, sottolineando la quantità di ostacoli frapposti al suo lavoro e a quello dei suoi collaboratori, una resistenza che rendeva palpabile la paura che la verità ancora incute. Parallelamente, l’allora giudice istruttore Giovanni Falcone maturò la convinzione, divenuta poi un filone investigativo persistente, che dietro l’omicidio si celasse uno scenario complesso, un intreccio pericoloso fra la mafia e l’eversione di destra. Una tesi, la sua, che non si è esaurita con le assoluzioni, in tutti i gradi di giudizio, dei due principali sospettati legati al terrorismo nero, ma che continua a essere esplorata dai magistrati palermitani, alla ricerca di quel nesso che possa finalmente ricomporre il puzzle di una delle pagine più oscure della storia repubblicana.
Un cold case che non smette di interrogare
Ancora oggi, nonostante il tempo trascorso, il caso Mattarella rimane una ferita aperta, un cold case che continua a interrogare le istituzioni e l’opinione pubblica. La scomparsa del guanto, unita alla percezione di un depistaggio orchestrato, indica la presenza di forze potenti impegnate a offuscare la realtà dei fatti. L’indagine prosegue tenacemente su quel doppio binario tracciato da Falcone, esplorando ogni possibile connessione tra la delinquenza comune, organizzata in cosche mafiose, e le frange più violente del sovversivismo politico dell’epoca, nella speranza di fare chiarezza su una vicenda la cui ombra si allunga fino al presente.




