L’Italia e l’automatismo della guerra: basi Usa, intelligence e l’isola di Kharg nel mirino
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Redazione Interno
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Il Parlamento italiano, con il voto di ieri, ha dato il via libera a una risoluzione che di fatto rimodula il perimetro del nostro impegno indiretto nel conflitto mediorientale, autorizzando misure che vanno dalla protezione di Cipro all’invio di sistemi difensivi nel Golfo, passando per un punto cruciale: la concessione alle forze di Washington dell’utilizzo delle basi americane sul suolo nazionale per attività di supporto tecnico-logistico. Una decisione, quest’ultima, che lungi dall’essere una mera formalità burocratica, apre scenari operativi ben precisi e già in fase di avanzata attuazione, come dimostrano le recenti missioni di intelligence partite dalla Sicilia. Non si tratta, è bene sottolinearlo, di un cambio di passo unilaterale, bensì dell’applicazione di accordi bilaterali risalenti al 1954 – il cosiddetto Bilateral Infrastructure Agreement – più volte aggiornati, che regolamentano la presenza di infrastrutture statunitensi sul territorio e che, come ha tenuto a precisare la presidente del Consiglio, prevedono un’autorizzazione tecnica automatica per le operazioni non cinetiche. Sono quelle, per intenderci, che non implicano azioni di bombardamento, e rientrano in questa categoria le missioni di sorveglianza, rifornimento e intelligence, le quali, per quanto possano apparire meno invasive di un attacco missilistico, costituiscono di fatto il sistema nervoso di qualsiasi campagna bellica.
Ed è esattamente in questo quadro che si inserisce l’operazione condotta nelle scorse ore da un drone MQ-4C Triton della Marina militare statunitense, decollato dalla base di Sigonella, e da un aereo da pattugliamento Boeing P-8A Poseidon. I due velivoli, come rivelano i dati di tracciamento, hanno effettuato una missione ISR – acronimo che sta per Intelligence, Surveillance and Reconnaissance – concentrandosi sulla costa iraniana affacciata sul Golfo Persico, con un focus particolare nei pressi di Bushehr, dove insistono una centrale nucleare e importanti installazioni navali dei pasdaran, e sull'isola di Kharg. Quest’ultima, in particolare, rappresenta un obiettivo di rilevanza strategica assoluta: è il principale hub di esportazione petrolifera dell’Iran, il terminale attraverso cui transita la stragrande maggioranza del greggio esportato da Teheran. Una missione, quella del Triton partito dalla Sicilia, che giunge mentre la guerra tra l'Iran e la coalizione guidata da Stati Uniti e Israele è entrata nella sua seconda settimana e mentre, stando a quanto trapela da fonti americane, l’amministrazione Trump starebbe valutando opzioni militari che potrebbero coinvolgere proprio l’isola di Kharg, incluso lo studio di piani per un’occupazione temporanea o per azioni mirate a paralizzarne la capacità operativa.
La base siciliana come hub avanzato e il nodo della sovranità
La scelta di utilizzare Sigonella come piattaforma di lancio per questi droni spia non è affatto casuale, ma obbedisce a una logica militare precisa che combina efficienza operativa e calcolo politico. Tradizionalmente, i velivoli senza pilota impegnati nel monitoraggio del Golfo Persico vengono schierati in basi avanzate nella penisola arabica, come quelle negli Emirati Arabi Uniti, per ridurre al minimo i tempi di volo e massimizzare le ore di stazionamento sull’obiettivo. Tuttavia, in una fase di tensioni così acute, la possibilità di operare da una base considerata più sicura, lontana dal raggio di possibili ritorsioni missilistiche iraniane e insediata in un territorio NATO come quello italiano, diventa un fattore di primaria importanza. Da Sigonella, il MQ-4C Triton – un drone in grado di rimanere in volo per oltre ventiquattr’ore consecutive e di setacciare enormi distese oceaniche con i suoi sofisticati sensori – può comunque raggiungere le coste iraniane, magari prolungando la durata della missione, ma garantendo al contempo un livello di sicurezza per le proprie linee di rifornimento e per i centri di comando che basi più esposte non potrebbero assicurare. Si tratta, in sostanza, di una rimodulazione logistica che sposta il baricentro della sorveglianza aeronavale americana nel Mediterraneo allargato, caricando le strutture italiane di un peso operativo crescente.
Questa intensificazione dei voli, per quanto rientri formalmente nella categoria delle attività autorizzate dagli accordi bilaterali, riaccende inevitabilmente il dibattito sulla sovranità nazionale e sui limiti entro cui il nostro Paese possa essere considerato, suo malgrado, una piattaforma per operazioni belliche. La risoluzione approvata in Parlamento parla chiaramente di “supporto tecnico-logistico”, una definizione che, sebbene circoscriva l’intervento a ciò che non è “cinetico”, non ne nasconde la portata strategica: fornire agli Stati Uniti la capacità di osservare, monitorare e raccogliere informazioni su obiettivi sensibili come Bushehr o l’isola di Kharg significa partecipare a pieno Titolo alla fase preparatoria di potenziali attacchi. Del resto, la stessa premier Meloni, intervenendo sulla questione, ha ribadito che, allo stato attuale, non vi è alcuna richiesta formale da parte di Washington per un utilizzo delle basi che vada oltre la logistica, ma ha anche ammesso che, qualora arrivasse una domanda per impieghi più estesi – quelli che implicherebbero azioni di bombardamento – la competenza decisionale dovrebbe coinvolgere l’intero Parlamento. Una precisazione, la sua, che mira a rassicurare circa il perimetro dell’impegno italiano, ma che implicitamente riconosce come la linea di demarcazione tra supporto e partecipazione attiva al conflitto possa diventare, nella pratica, assai più sottile di quanto appaia sulla carta.
La strategia su Kharg e il ruolo dell’intelligence da Sigonella
L’isola di Kharg, emersa con prepotenza nelle cronache di queste ore come uno degli obiettivi più discussi all’interno dell’amministrazione statunitense, è il vero prisma attraverso cui leggere il significato profondo delle missioni ISR partite dalla Sicilia. Bombardare o, ancor più, occupare l’isolotto che gestisce il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane non sarebbe solo un’azione militare, ma un colpo al cuore dell’economia di Teheran, una mossa che potrebbe accelerare una crisi di regime o, al contrario, innescare una reazione a catena dagli esiti imprevedibili per gli equilibri energetici globali. Da qui, probabilmente, la prudenza che ha finora tenuto Kharg al riparo dai bombardamenti, una linea rossa che le precedenti amministrazioni americane avevano sempre rispettato e che anche Israele, pur nella sua azione militare, non ha valicato. Ora, tuttavia, con il ritorno di Trump alla Casa Bianca e con un conflitto che sembra aver superato la soglia della guerra per procura, l’ipotesi di colpire o neutralizzare l’isola viene discussa apertamente, e la missione del drone Triton assume i contorni di una ricognizione preludio a qualcosa di più concreto.
Il velivolo, sorvolando a breve distanza dalla costa presso Bushehr e orbitando in prossimità delle rotte marittime che conducono a Kharg, ha di fatto raccolto quel mosaico di informazioni – presenza di difese, traffico navale, vulnerabilità infrastrutturali – necessario per pianificare qualsiasi opzione, che essa si limiti a un attacco missilistico mirato o che si spinga fino a ipotizzare un’operazione anfibia di conquista. Ed è in questo contesto che la base di Sigonella, con i suoi droni che volano per quindici ore filate verso il Golfo, si trasforma da semplice struttura d’appoggio a perno di una catena di comando e controllo che lega a doppio filo il territorio italiano alle scelte strategiche di Washington. Un legame che, per quanto regolato da protocolli e accordi, espone l’Italia a una responsabilità oggettiva: quella di ospitare gli occhi elettronici di una guerra che, se dovesse ampliarsi fino a toccare l’isola di Kharg, porterebbe inevitabilmente la nostra impronta, seppur indiretta, nel cuore pulsante dell’economia iraniana.




