Pirlo ct, tre ragioni per crederci (nonostante tutto)
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Redazione Sport
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Dopo il secco no di Pep Guardiola, l'ipotesi che una volta sembrava un azzardo si è fatta strada fino a diventare, salvo colpi di scena, una certezza. Andrea Pirlo, il regista dalla chioma fluente che incantò il mondo con quel cucchiaio ai rigori contro l'Inghilterra, è destinato a diventare il prossimo commissario tecnico della Nazionale italiana.
La sua candidatura, quando è emersa con prepotenza nelle stanze della Figc, non è stata accolta da un coro unanime ed entusiasta; anzi, per molti versi ha sollevato un polverone di perplessità che ha attraversato tanto l'ambito tecnico quanto, più di recente, quello politico. Eppure, provando a guardare il bicchiere mezzo pieno e a mettere da parte per un momento le polemiche che stanno avvelenando il dibattito, è possibile scorgere almeno tre ragioni solide per credere che l'ex juventino possa rivelarsi la scelta giusta al momento giusto.
Il profilo internazionale e il carisma vincente
La prima ragione affonda le radici nel curriculum del diretto interessato, un curriculum che non si discute e che pochi, in giro per il mondo, possono vantare. Pirlo è stato un campione assoluto, un visionario in campo capace di leggere le partite con una velocità e una profondità che pochi suoi colleghi hanno mai posseduto. Questa dote, che lo ha reso uno dei migliori centrocampisti della storia del calcio italiano, rappresenta un'eredità pesante che adesso si appresta a trasmettere ai suoi giocatori.
La Nazionale, reduce da due delusioni cocenti ai Mondiali e con un Europeo da difendere, ha un disperato bisogno di ritrovare un'identità e un'autorevolezza che sembrano smarrite; e chi meglio di un uomo che ha alzato la Coppa del Mondo nel 2006, che ha giocato e vinto ai massimi livelli per oltre un decennio, può incutere rispetto e trasmettere quella sicurezza che solo i grandi campioni sanno infondere?
La sua figura, nel panorama del calcio internazionale, gode ancora di un prestigio intatto, un capitale umano e professionale che potrebbe rivelarsi fondamentale per ricostruire il rapporto tra la squadra e un pubblico sempre più distaccato e scettico.
La duttilità tattica e la conoscenza del calcio moderno
La seconda ragione, forse la più sottovalutata in questo turbine di critiche, riguarda la sua duttilità tattica e la sua capacità di dialogare con il calcio che cambia. Nonostante l'esperienza sulla panchina della Juventus sia stata altalenante e quella in Turchia e negli Emirati Arabi Uniti non abbia acceso i riflettori, Pirlo ha dimostrato di possedere una mentalità aperta e un'idea di gioco propositiva che, in un contesto diverso come quello della Nazionale, potrebbe trovare la sua massima espressione.
A differenza di quanto accade nei club, dove la pressione del risultato è quotidiana e il tempo a disposizione per plasmare la squadra è limitato, sulla panchina azzurra un ct ha l'opportunità di lavorare con più calma, di cesellare i dettagli e di puntare su un progetto a medio-lungo termine. Pirlo conosce perfettamente i meccanismi del calcio d'élite, ha assorbito insegnamenti da maestri come Carlo Ancelotti e Marcello Lippi, e ha la capacità intellettuale di adattare il suo credo tattico alle caratteristiche dei calciatori a disposizione.
In un momento in cui il calcio italiano fatica a produrre talenti puri, la sua intelligenza potrebbe supplire alle carenze strutturali, creando un sistema che esalti il collettivo al di là dei singoli interpreti.
La spinta emotiva e il rinnovamento generazionale
La terza e ultima ragione, che forse è quella che più di tutte potrebbe fare la differenza, è di natura emotiva e generazionale. L'arrivo di Pirlo sulla panchina della Nazionale rappresenta un passaggio di testimone simbolico, un ponte ideale tra l'ultima grande generazione che ha vinto il Mondiale e quella attuale che cerca disperatamente di uscire dall'ombra. La sua figura, per i ragazzi che oggi indossano la maglia azzurra, è quella di un idolo dell'infanzia, un punto di riferimento che ha il peso e l'autorità per spronarli a dare quel qualcosa in più.
La scelta di puntare su un uomo che conosce il peso specifico di quella maglia, che ha vissuto sulla propria pelle le gioie e i dolori di un torneo importante, potrebbe iniettare una scarica di adrenalina e di consapevolezza in uno spogliatoio che spesso è apparso fragile e timoroso. Inoltre, la sua comunicazione, pacata e schietta, lontana dai proclami e dalle esagerazioni, potrebbe contribuire a creare quell'ambiente sereno e concentrato che è la base per qualsiasi impresa sportiva, lontano dalle tensioni che invece stanno monopolizzando il dibattito politico su altre questioni.
In attesa di vederlo all'opera e di scoprire se queste tre buone ragioni si trasformeranno in risultati concreti sul terreno di gioco, il tutto si intreccia inevitabilmente con le polemiche del momento. La questione legata al suo ruolo di global ambassador per il bookmaker russo Fonbet, e la conseguente bufera politica che ha messo in imbarazzo la Figc, rischia di offuscare l'inizio della sua avventura. È evidente, a tutti, che il contratto con la società di scommesse e quello con lo United Fc di Dubai rappresentino un ostacolo da rimuovere prima della firma ufficiale con la Federazione.
La sensazione, però, è che una volta risolti questi intoppi burocratici e commerciali, l'attenzione possa finalmente concentrarsi sull'unica cosa che conta: il campo. Perché, al di là degli schieramenti politici e dei giudizi affrettati, sarà il campo a dare il verdetto definitivo su Andrea Pirlo, ct della Nazionale.
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