Rafah, il medico racconta i corpi dei paramedici: "Erano stati giustiziati con le mani legate"
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Redazione Esteri
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Ahmad Al-Farra, primario di Pediatria all’ospedale Nasser di Khan Yunis, non ha esitazioni quando descrive ciò che ha visto il 30 marzo scorso. I corpi dei soccorritori, ritrovati in una fossa comune vicino a Rafah, portavano segni inequivocabili: le mani legate, ferite da proiettili alla testa e al torace. «Non c’è spazio per interpretazioni», dice al giornale, scandendo le parole con la precisione di chi conosce il peso della testimonianza. «Li hanno uccisi sapendo benissimo chi fossero. Non è uno scontro, è un’esecuzione».
Le sue dichiarazioni arrivano mentre un video, ripreso da una telecamera di sicurezza e analizzato dal New York Times, conferma ciò che fino a ieri l’esercito israeliano aveva negato: quel 23 marzo, lungo una strada buia ma illuminata dai lampeggianti delle ambulanze, i paramedici della Mezzaluna Rossa furono colpiti deliberatamente. Le divise, riconoscibili anche di notte, non li hanno protetti. Le voci registrate, tra cui quella di un soccorritore che recita una preghiera prima di morire, lasciano poco margine al dubbio.
La scoperta dei corpi, una settimana dopo, ha aggiunto un tassello agghiacciante. Sepolti sotto la sabbia, in una fossa scavata frettolosamente, i 15 uomini – molti dei quali già impegnati nel recupero di altre vittime – mostravano segni di esecuzioni sommarie. La Croce Rossa internazionale, dopo aver visionato le immagini, ha parlato di violazione palese delle convenzioni di guerra, mentre l’IDF, che inizialmente aveva parlato di "zona di combattimento", non ha ancora fornito spiegazioni convincenti.




