Giardini Naxos, segregazione e botte per ore: 41enne in carcere per il tentato femminicidio dell'ex compagna

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La notte tra il 21 e il 22 febbraio scorsi, in un’abitazione di Giardini Naxos, si è consumato un episodio di violenza inaudita che si è concluso solo quando i genitori della vittima, una donna di 35 anni, hanno ricevuto una telefonata disperata e hanno allertato il 112. I carabinieri della compagnia di Taormina, intervenuti tempestivamente, hanno trovato una scena che non lasciava spazio a dubbi, procedendo al fermo di un uomo di 41 anni, l’ex compagno della donna, che ora si trova rinchiuso nel carcere di Messina in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip su richiesta della Procura distrettuale. L’indagato, che deve rispondere di una serie di reati gravissimi che vanno dal tentato femminicidio, introdotto di recente dalla legge n. 181 del 2 dicembre 2025, agli atti persecutori, passando per il sequestro di persona, i maltrattamenti e l’accesso abusivo al sistema informatico della malcapitata, è stato bloccato dai militari mentre si trovava ancora nell’appartamento della ex.

L’infermo in casa e la furia dell’aggressore

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, che hanno coordinato le indagini nella immediatezza del fatto, la violenza non è stata un episodio isolato ma il culmine di una escalation cominciata mesi prima, precisamente dal settembre del 2025, quando la donna aveva messo fine alla relazione. L’uomo, non accettando la decisione, avrebbe iniziato a manifestare una condotta ossessiva e prevaricatrice, sfociata nella notte di violenza in cui avrebbe letteralmente segregato l’ex compagna tra le mura domestiche, impedendole per ore di allontanarsi. In quel lasso di tempo, la vittima è stata ripetutamente percossa con calci, pugni e persino morsi, in un crescendo di furia che ha visto il 41enne tentare di strangolarla e di scaraventarla giù dalla tromba delle scale, mettendone in serio pericolo la vita. Un particolare inquietante emerso nel corso delle indagini riguarda il cellulare della donna: l’aggressore glielo aveva sottratto con violenza per introdursi nella sua memoria, alla ricerca di messaggi e dati che potessero rivelare eventuali nuove frequentazioni, un gesto che configura appunto il reato di accesso abusivo a un sistema informatico.

La chiamata ai genitori e il nuovo protocollo per le vittime

È stato proprio grazie a un momento di tregua, o forse di distrazione dell’aggressore, che la 35enne è riuscita a rientrare in possesso del telefono e a lanciare un disperato Sos ai genitori, i quali non hanno esitato a contattare le forze dell’ordine. La Procura di Messina, nel condurre gli interrogatori e gli atti di indagine che hanno portato alla convalida del fermo, si è avvalsa di un supporto specialistico fondamentale: un esperto psicologo, reso immediatamente reperibile grazie a un protocollo d’intesa siglato nel dicembre 2025 con l’università, l’ordine regionale degli psicologi e diverse strutture sanitarie. Questo protocollo, pensato per assistere le vittime di reati ad alto impatto traumatico come quelli cosiddetti di “codice rosso”, garantisce un approccio più attento e meno invasivo durante le audizioni, un aspetto cruciale in storie di violenza come questa, dove la ricostruzione dei fatti deve avvenire senza aggiungere ulteriore dolore a chi ha già subito un trauma profondo.

Un quadro indiziario grave e la nuova legge

Il provvedimento restrittivo, come specificato dagli stessi inquirenti, si basa su un grave compendio indiziario raccolto dai carabinieri, che hanno lavorato senza sosta per ricostruire l’esatta dinamica degli eventi. La motivazione che avrebbe scatenato la furia del 41enne, secondo quanto emerso, risiederebbe nella sua volontà prevaricatrice di mantenere in vita un rapporto affettivo ormai esaurito per volontà esclusiva della donna, un movente, questo, che purtroppo si riscontra con frequenza nei casi di violenza di genere. L’arresto e la successiva custodia cautelare rappresentano una delle prime applicazioni della nuova normativa sul femminicidio, che inasprisce le pene e introduce figure di reato specifiche, segnando un tentativo del legislatore di contrastare con maggiore incisività un fenomeno sociale drammatico. Resta ferma la presunzione di innocenza dell’indagato fino a sentenza definitiva, ma la ricostruzione dei fatti, al momento, dipinge il quadro di una violenza feroce e metodica, interrotta solo grazie al tempestivo allarme lanciato dalla vittima ai suoi familiari.

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