Marilyn Monroe, il centenario e quel docufilm che ne decostruisce il mito tra scarpe Ferragamo e servizi fotografici

Marilyn Monroe, il centenario e quel docufilm che ne decostruisce il mito tra scarpe Ferragamo e servizi fotografici
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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Firenze, come è noto, ha dedicato all’attrice una retrospettiva di rilievo presso il Museo Salvatore Ferragamo, in quel di Palazzo Spini Feroni, che già nel 2012 aveva celebrato il cinquantesimo anniversario della morte della diva esponendo abiti, documenti inediti e, cosa che più rileva in questa sede, le calzature realizzate su misura dal fondatore della maison.

L’omaggio fiorentino, che si inseriva in un percorso più ampio di riscoperta della figura di Norma Jeane, servì a ricordare come la creatura di celluloide fosse anche una donna d’affari attenta alla propria immagine, se è vero – come testimoniano gli ordini originali – che fosse lei a gestire con cura i dettagli del proprio guardaroba.

Ma a distanza di anni da quella rassegna, il ritorno di fiamma per il mito si arricchisce oggi di una narrazione più intima e meno stereotipata, che mira a scrostare la patina luccicante del sex symbol per restituire al pubblico la complessità della parabola umana.

La docu-serie che scompone il personaggio

Il tentativo di decostruzione più interessante arriva, in questi mesi, dalla docu-serie intitolata “Marilyn – C’era una volta a Hollywood”, trasmessa da Sky Documentaries.

Frutto di un decennio di ricerche, l’opera in tre episodi non si limita a elencare i successi di “Gli uomini preferiscono le bionde” o “A qualcuno piace caldo”, ma scava nella psiche di quella ragazza californiana – segnata da un’infanzia di abbandoni e orfanotrofi – che divenne il simbolo erotico del Ventesimo secolo.

Si racconta, insomma, di una trasformazione dolorosa: quella di una timida Norma Jeane che indossa i panni di Marilyn per sopravvivere a Hollywood, e che imparò presto a fare i conti con la solitudine claustrofobica che avvolge le dive a luci spente.

La serie, stando alle anticipazioni, osa persino mettere in discussione la persistenza del culto, domandarsi cioè se l’interesse per la Monroe non sia ormai soltanto una favola tramandata da generazioni di cinefili, una domanda retorica che trova risposta nell’analisi di una morte (quella del 5 agosto 1962) ancora avvolta da ombre giudiziarie e ipotesi mai del tutto chiarite.

Il tributo della musica e il racconto di una notte speciale

Parallelamente alle celebrazioni ufficiali, il mondo della musica ha dimostrato come il contrasto tra la luminosità pubblica e la fragilità privata continui a ispirare artisti di ogni genere, da Elton John a Madonna, fino ai Misfits che negli anni Ottanta misero in dubbio la versione ufficiale del suicidio.

Tuttavia, tra le testimonianze più preziose di questi giorni spicca il ricordo di Françoise Kirkland, la quale ha svelato i retroscena di uno scatto divenuto iconico realizzato dal marito, il celebre fotografo Douglas Kirkland, nel 1961.

La notte del 17 novembre, racconta la testimone, fu un momento di rara alchimia: soli lui, la sua fotocamera e Marilyn, avvolta in lenzuola di seta bianca mentre ascoltava Frank Sinatra e sorseggiava Dom Pérignon, l’unico champagne che l’attrice accettasse di bere.

L’aneddoto, che riguarda naturalmente la sfera del quotidiano e dell’intimità, restituisce l’immagine di una donna estremamente consapevole del proprio potere mediatico, capace di dettare le condizioni per farsi immortalare senza mai perdere il controllo della scena, quasi a voler ribadire che la costruzione del mito passava anche attraverso quei piccoli, fondamentali rituali privati.

Un'eredità conservata tra scarpe e vestiti di scena

Mentre l’anniversario dei cent’anni dalla nascita riaccende i riflettori, il Museo Ferragamo – che conserva oltre venti calzature appartenute alla diva, molte delle quali acquistate all’asta da Christie’s – rimane uno scrigno fisico di quella memoria.

A osservare quei tacchi a spillo sottili, che esaltavano la silhouette pur restando scomodi, viene da pensare alla metafora perfetta della sua esistenza: la grazia assoluta imposta su una base di puro sacrificio.

I curatori della mostra hanno più volte sottolineato, in passato, come l’attrice amasse rifarsi a canoni artistici precisi, citando persino la Venere del Botticelli in alcuni servizi fotografici in spiaggia. Si tratta, in definitiva, di una cultura visiva che pochi le hanno riconosciuto, preferendo incasellarla nella gabbia dorata della “bionda svampita”.

Oggi, grazie a questi studi e alle produzioni audiovisive che ne dissezionano la vicenda umana e professionale, è finalmente possibile guardare a Marilyn come a un'artefice del proprio destino, pur con tutte le crepe e le tragedie che quel destino – chiusosi troppo presto, come quello di una candela al vento – si portava inevitabilmente dietro.

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