L'arena e le ombre, il cambio di passo delle Paralimpiadi tra boicottaggi e la ricerca di un senso
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Redazione Sport
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L'anno è il 2026, e la cornice dell’Arena di Verona, con i suoi due millenni di storia scolpiti nella pietra, ha fatto da sfondo alla cerimonia d’apertura delle Paralimpiadi invernali di Milano Cortina. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, seduto accanto al numero uno del comitato paralimpico internazionale, Andrew Parsons, ha ufficialmente dato il via ai Giochi. Ma la cartolina, come spesso accade in questi tempi sospesi, regge solo fino a un certo punto. Al di là dei fuochi e dei coreografici giochi di luce, il peso specifico della politica internazionale si è fatto sentire, eccome.
Del resto, il claim scelto, "Change starts with sport", il cambiamento inizia con lo sport, proiettato in caratteri luminosi sugli antichi muri, suonava quasi come una domanda retorica, più che come una certezza. Come si fa a parlare di svolta, di evoluzione, quando a poche migliaia di chilometri di distanza i conflitti continuano a mietere vittime e la tanto declamata tregua olimpica è stata bellamente ignorata da chi siede ai tavoli che contano? Una domanda che aleggiava nell’aria umida della sera veronese mentre sfilavano i volontari, chiamati a sostituire i portabandiera di molte nazioni. Non una scelta puramente organizzativa, legata alla distanza dai campi di gara, ma un vero e proprio atto politico per alcuni. Il comitato internazionale ha contato sette Paesi – tra cui Ucraina, Polonia e le repubbliche baltiche – che hanno disertato la parata per protestare contro la presenza degli atleti russi e bielorussi, ammessi con i propri simboli nazionali. Una ferita aperta, che rende evidente la difficoltà di tenere separati lo spirito sportivo e le tensioni geopolitiche.
E poi c'è l'assenza, quella che forse più di tutte grida silenzio, dell'unico atleta iraniano previsto, Aboulfazl Khatibi Mianaei, paralimpico di lungo corso, costretto a rinunciare perché impossibilitato a viaggiare in sicurezza. Il Medio Oriente che brucia si prende un altro pezzo di sogno olimpico. Nel suo intervento, Parsons non ha nascosto l'amarezza, parlando di "pagina deludente per lo sport mondiale", mentre il pubblico in Arena, va detto, ha evitato fischi e contestazioni, riservando anzi un applauso sentito all'Ucraina e trattenendosi in un rispettoso silenzio al passaggio delle delegazioni più discusse, Russia e Israele comprese.
Non è mancato, però, lo spazio per la bellezza, quella che prova a cucire addosso al umano un significato nuovo. Il merito è anche di Silvia Ortombina, costumista veronese con all'attivo collaborazioni importanti nel mondo della musica, che ha firmato gli abiti di scena. La sua idea, come ha raccontato, era quella di creare non semplici vestiti, ma "seconde pelli", capaci di amplificare il movimento e renderlo narrazione. Tessuti liquidi, fibre ottiche inserite negli abiti per farli diventare loro stessi luce, e un'attenzione maniacale alla sostenibilità, con materiali di recupero e upcycling, hanno dato forma visiva al tema "Life in Motion". In uno dei segmenti più attesi, quello ispirato a Romeo e Giulietta, frammenti di costumi antichi si sono innestati su strutture contemporanee, quasi a voler simboleggiare che la memoria può contaminarsi con il futuro senza perdersi.




